La commissione Rossi a Siena

Mi preme ripeterlo ogni volta, financo venire a noia. E’ un argomento per me molto delicato e sensibile, naturalmente ho la mia opionione sui fatti, ma per tante questioni preferisco non parlarne. O, meglio, non farlo qui. Mentre, per “obblighi” professionali, ho dovuto scriverne molto, anche recentemente, spingendomi (addirittura) anche con alcune chiose.

Tutto questo, però, non mi impedisce di fare un ragionamento, che, ahimè, viene corroborato da quel che leggo e sento in questi giorni di “tour” della commissione monocamerale di inchiesta sul caso della morte David Rossi a Siena. Non c’è per forza bisogno (soprattutto nonm di tutti sentiamo il bisogno di sapere cosa pensino sull’argomento) di entrare nel merito della questione. C’è semmai il bisogno di una sottolineatura che è perfino preoccupante.

Continuo, infatti, a notare che la grande maggioranza dei membri della suddetta commissione (non tutti, ci mancherebbe…e meno male) non sappia quasi niente. Sia, cioè, ignorante, nel senso letterale del termine. Ignorano. Non conoscono. E, sinceramente, non mi pare bello. Sia per la delicatezza dell’argomento, sia perché se il “modus operandi” delle commissioni parlamentari, del parlamento o, addirittura, delle istituzioni che, di lavoro, dovrebbero far quello (per l’appunto), dovesse essere questo anche per altri settori e argomenti, forse tante cose si spiegherebbero, senza entrare nei meandri dello spicciolo populismo.

In sostanza, mi aspetterei che onorevoli membri si prendano la briga di scaricarsi documenti, leggersi articoli, magari sostituire il giallo dell’estate sotto l’ombrellone con i (tanti, forse troppi?) libri sull’argomento. Insomma, mi aspetterei che chi sta per indagare o per approfondire alcune tematiche, abbia perlomeno un background, un’idea o anche solo una progressione temporale dei fatti, oggettiva e senza pre-giudizi, a trecentosessanta gradi.

Del resto, però, mi posso (possiamo?) aspettare poco. Sono già trasalito una volta quando, con cuffie e apposito Pc, ho ascoltato, durante un’audizione estiva della sopracitata commissione, un membro della stess aha esclamato: “Mi scusi Procuratore, lei ha parlato di esumazione del cadavere di Rossi. Perché, c’è stata esumazione?”.

Sipario.

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Più vaccini che prenotati?

Ho letto questa mattina alcune dichiarazioni della Asl Toscana Sud Est sulla campagna vaccinale dalle nostre parti. Ci sarebebro, anzi ci sono perché non penso di dover dubitare di certe dichiarazioni, più vaccini a disposizione di quanti ne servano. O, meglio, di quanti siano i prenotati. Mi sembra di vivere (e forse è proprio così) in una società surreale. Fino a pochi mesi fa (mesi, non anni, forse settimane) divampava la polemica sull’assenza dei vaccini, con accuse sui social feroci verso questo o quello. Con proteste atroci verso l’inadempiente governatore o politico incapace di far ottenere all’Italietta la quota che, perdinci, ci spettava in quanto europei (e qualcuno già ineggiava all’Italexit, non il partito).

Adesso, invece, più dosi delle persone che si vorrebbero vaccinare. In sostanza, ci sono vaccini in esubero. In sostanza qualcuno che “dovrebbe” non si sta vaccinando. Sarebbe curioso: magari sono li stessi che tuonavano sull’assenza dell’anti covid qualche tempo fa. Tranquilli, si giustificherebbero, nel caso, dietro al “si può cambiare idea”. Ci mancherebbe altro, magari, però, non ci scaravetrate i così detti, la prossima volta.

Non c’è bisogno di essere un ricercatore plurilaureato per capire che ne possiamo uscire solo con il vaccino, vista la latitanza attuale dei monoclonali (anche su questo si potrebbe instaurare una bella polemica). Proprio non riesco a capire come si possa uscire da questa logica. Non è una polemica contro i “no vax”, anche perché sarebbe troppo lunga e, insceramente, troppo faticosa, ma una constatazione.

Ne usciremo migliori. Mi sa proprio di no.

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Torneremo (prima o poi)

Chi mi segue da più vicino ormai sa già tutto, chi non lo fa (e, giustamente, sono molti, visto che non mi sono mai autocelebrato – anche se forse sarebbe il caso di cominciare…) un po’ meno. Fatto sta che ci sarebbe tutta l’intenzione di attivare di nuovo questo blog, in “sonno” per i tanti (troppi) impegni lavorativi da un anno e mezzo circa.

Certo con un profilo “istituzionale” perché credo che si debba rispettare (o, almeno, provarci) la deontologia, il cui confine troppe volte e troppo spesso 8anche da certi soloni) viene superato nella nostra professione.

Del resto, gli argomenti, nazionali e locali, regionali ed extraterritoriali, non mancano. E le riflessioni conseguenti, pure.

Spazierò du argomenti vari, a partire – perché no – proprio dal giornalismo e dalla comunicazione, nopn senza preoccupazioni visto che dalla pandemia, tanto per fare un esempio, non ne stiamo uscendo “migliori”.

Torneremo, ordunque. Prima o poi.

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Noi

Confesso come siano stati giorni complicati. Fra il grandissimo entusiasmo per la nuova avventura professionale che si stava aprendo e il sentimento contrastante per quello che, dopo tanti anni, si stava per chiudere. Qualcuno lo chiama “giornalismo sul campo”.

Io penso di essere stato semplicemente un umile cronista di provincia, di quelli che almeno provano a stare per la strada, in un’epoca dominata invece dal web e dai social: non mi fraintendete, sono strumenti importanti e utili. Però ho pensato e perfino sperato di conservare il gusto di scovare qualcosa da raccontare passeggiando per le nostre strade e i nostri vicoli. Così è nato, nel gennaio dello scorso anno, anche il rapporto con “Noi – frammenti di siena”.

Raccontare la città e il territorio attraverso volti, persone e storie. Approfondire le eccellenze (parole fin troppa abusata) del mondo in cui siamo immersi e di cui spesso ci accorgiamo solo fino a un certo punto. Un’avventura che mi è immediatamente piaciuta, per quella idea di provare a narrare in maniera diversa quel “puzzle” che è la società di oggi, in tutte le sue sfaccettature, nei suoi dettagli e, appunto, nei suoi frammenti. Quel “Noi” composto, come ci insegna la storia di Siena e del suo territorio, di tanti piccoli-grandi “io”.

Di questa avventura, forse breve ma certo intensa, devo ringraziare per prima cosa colui che, ormai diversi mesi fa, decise di alzare il telefono e chiamarmi. Con Gianluca Targetti ci conosciamo da tempo e abbiamo anche collaborato per qualche progetto passato, ma non avevamo mai avuto occasione di lavorare fianco a fianco. Non c’è stato bisogno di nessun periodo di assestamento, il feeling (come dicono gli anglofoni) è stato immediato e, permettetelo, subito proficuo. Così come con Stefania Foderi, vero e proprio factotum di Extempora, cuore pulsante e cervello razionale.

“Noi – frammenti di siena” è cresciuta in questi mesi. Abbiamo raccontato tanti senesi, tanti personaggi, tante persone. Siamo (utilizzo ancora il plurale) diventati un appuntamento irrinunciabile, destando quella curiosità di andare a scoprire la copertina e i personaggi descritti e fotografati, annunciati e raccontati. Sono stati numerosi e variegati in questi mesi, siamo stati capaci anche di cogliere quelli che erano davvero in “vetrina” o che comunque hanno e avrebbero meritato di descriversi alla città.

Più che grazie a me (o, meglio, non solo grazie al sottoscritto), tutto questo è avvenuto grazie a un lavoro di gruppo sempre proficuo e inteso.

È stato semplice “dirigerlo”, per quanto questa espressione, adesso, mi appaia anche esagerata.

Un gruppo che si è fregiato delle penne, quelle sì, eccellenti, di Duccio Balestracci, Maura Martellucci e Senio Sensi, persone che in passato guardavo con ammirazione per la loro capacità di utilizzare linguaggio e parole con semplicità e profondità, trasmettendo i valori della nostra comunità. Dell’entusiasmo di Arianna Falci ed Eleonora Mainò, vulcaniche e attente ai movimenti sociali della città. Della capacità narratoria di Don Enrico Grassini, che ogni volta riesce a stupirmi. Un gruppo a cui si è unita Elena Conti negli ultimi numeri, portando una ventata di (ulteriore) entusiasmo e di analisi e di cui fanno parte anche tanti altri collaboratori e tanti altri spero possano unirsi per condividere questo universo di idee e di valori.

È il gruppo che lascio volentieri a Veronica Costa, che prenderà il mio (umile) posto di direttore di una rivista che sono sicuro ha ancora ampi margini di crescita, addirittura esponenziale, partendo dalle basi che, tutti insieme, siamo stati capaci di innalzare, pur in una città le cui maledette complicazioni sono proporzionali all’amore che provo guardandola, per sorreggere “Noi”. L’amore. Certo, la passione è un sentimento complicato da gestire quando si prova a fare giornalismo. Senza di quella come sarebbe facile e semplice la vita. E come sarebbe noiosa.

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Finisce un capitolo, viva la Gazzetta di Siena

Riflettevo proprio in questi ultimi giorni (o, meglio, tornavo a riflettere) sulle ore che trascorrono e il tempo che passa. E sul fatto che per non trasformare meramente tutto questo in un “pallottoliere” per contare estati e inverni quel tempo lo dobbiamo attraversare, affrontare, vivere. Chiudo qui, oggi.

Non riuscivo a trovare quasi la forza e la volontà di scrivere questo saluto. Io che alle superiori finivo sempre in un’ora i temi. Ho aspettato quasi fino all’ultimo. Ho preso appunti sui pensieri. Il tempo (per l’appunto) è arrivato. Come al solito le due frasi che mi ero segnato sono quasi svanite fra le mie scartoffie e comunque non le avrei quasi sicuramente seguite, come faccio sempre quando mi capita di parlare in pubblico.

E’ stata una splendida strada. Abbiamo impugnato la penna (la tastiera, se preferite) con passione e dedizione. Con sacrificio e umiltà. Ricorderò e porterò sempre con me questo anno e mezzo di direzione, per me un’esperienza nuova in tanti anni di giornalismo: stimolante, difficile, dura, una crescita professionale che ho però intrapreso senza indugi, andando a rompere quella che gli esperti chiamano “comfort zone” e che io appello invece nel “vivacchiare”, facendo scorrere le lancette dell’orologio di casa. Quel bimbo che sognava di fare il giornalista, mentre gli altri speravano di fare l’astronauta, il pompiere o il calciatore, ha vissuto il suo piccolo-grande sogno. Ho raccolto tutto il mio passato, l’ho gettato nel presente.

Il tempo passa. Non restiamo aggrappati al suo scorrere, rischiamo di trasformarci in quel pallottoliere di chi aspetta gli inverni per desiderare nuovi estati. Viviamo il presente e questo è fatto di una realtà editoriale certo giovane, ma ben strutturata, che ha creato valori e numeri (quelli sono poco contestabili, non sono comprabili, difficile millantarli) in pochissimo tempo, che ha introdotto innovazioni mai viste in questo territorio. Sempre in punta dei piedi, ma con decisione e lungimiranza. La Gazzetta di Siena è diventato uno dei punti di riferimento del panorama editoriale senese.

Siamo arrivati primi in tante occasioni in questi mesi. Senza formule magiche, con un pizzico di fortuna, con una sola bacchetta impugnata: quella del lavoro. Alla fine il segreto di questo piccolo successo è stato solo questo. Semplice. O difficile, a seconda dei punti di vista.

Il capitolo dei grazie. Per avermi fatto vivere quel sogno. Costruito non da solo, perché da soli si vale poco, nulla. A chi mi è vicino ogni giorno, che ha vissuto i giorni di fatica e sacrificio, di lavoro e perfino di dubbi e che è stata fondamentale quando le cattiverie diventavano esagerate. In questa strada ho conosciuto un imprenditore capace e sempre positivo, un mago della pubblicità come Fabrizio Barbagli e un imprenditore dalle intuizioni geniali come Antonio Degortes, con il quale abbiamo condiviso più strade e con il quale mi vanto di avere un’amicizia sincera e schietta. Solo due lucidi pazzi come loro avrebbero potuto pensare di fondare un giornale in piena pandemia. Scommessa vinta. Un grazie a Luca Barbagli, altro genio della tecnologia, che mi ha insegnato come niente sia impossibile. Vorrei ringraziare tutti quelli che hanno condotto trasmissioni, tutti quelli che hanno collaborato e scritto fin dall’inizio, ma sono tanti e rischio di dimenticare qualcuno. Me ne dorrei. Mi sia dunque permesso di citare due persone per tutti: Arianna Falchi ed Eleonora Mainò, vicine dentro e fuori alla redazione. Sono valori aggiunti di questa struttura, come lo sono tutti i membri (vecchi e nuovi) della Gazzetta di Siena, da chi fa rubriche a chi bussa alla porta di chi ha deciso (e che ringrazio, sono tanti anche loro, segno che qualcosa di buono è stato fatto e riconosciuto) di sostenerci in questi mesi. Lascio tutto questo a Silvia Sclavi, giornalista esperta e capace, che so che saprà condurre con rotta sicura questa navigazione perigliosa.

Ho lasciato per ultimo il grazie ai lettori, che ci hanno seguito prima con curiosità, poi con affetto e dedizione. Il grazie più grande: viviamo per loro e con loro.

Non ho e non ho mai avuto la pretesa di insegnare niente, mi sono soltanto messo a disposizione. Alla redazione lascio soprattutto una piccola-grande eredità: la cultura del lavoro, umiltà, dedizione, passione e voglia di imparare. Sempre e comunque.

E rispetto, anche dei colleghi. Cosa che, a volte, è mancata nei nostri confronti. Non importa. Abbiamo dato noia, come si dice, lo capisco. Un grazie va anche, infatti, a chi ci ha criticato. Aspramente e in maniera oggettivamente esagerata. Chi lo ha fatto costruttivamente, però, ci ha dato una grande mano, ci ha aiutato (e non poco) a migliorare, perché errori e sconfitte sono inciampi che è quasi doveroso fare per qualificare il proprio percorso. Chi lo ha fatto con pregiudizi (alcuni assurdi, peraltro, ma sappiamo come sia questo “paesone”) ci ha dato anche più forza ed è lui inciampato nei numeri che siamo, tutti assieme, riusciti a mettere insieme e che hanno spazzato via, senza se e senza ma, qualsiasi pre-giudizio su questo o su quello. Una dedica particolare, infine, a quella persona che qualche tempo fa disse “non può fare il direttore, non ha il carattere, deve crescere”. Quasi quattro milioni di visualizzazioni in un anno, un sito nato in pandemia e in un panorama oggettivamente già variegato si è ritagliato in pochi mesi uno spazio riconosciuto e importante e che ha portato una ventata di innovazioni assolute. Forse sono cresciuto. Bacioni, come si dice adesso.

C’è un piccolo vantaggio, forse, in questo arrivederci, perché non mi piace parlare di addio. Riprenderà a funzionare il mio blog personale, naturalmente in maniera “istituzionale” e asettica, visto il mio nuovo ruolo. La voglia di riportare pensieri e impressioni in parole, però, posso fin da adesso dire che rimarrà immutata e per me sarà quasi impossibile non scrivere niente.

Vi lascio in ottime mani. Buona domenica e buona vita. Io sono sempre fiero del mio sognare. Viva la Gazzetta di Siena.

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Pallottoliere per contare estate e inverni

Questo blog latita da un po’. Gli impegni sono veramente tanti e non mi è possibile aggiornarlo con quotidianità come prima. Non voglio però rinunciare al “consueto” post di fine anno. Che, come dico spesso, è in realtà più una convenzione che altro. E’ un giro del calendario. E’ un muovere quel pallottoliere che conta estati e inverni.

Anno infausto. Si. E no. Certo probabilmente non lo ricorderemo come il migliore negli annali. Credo però ad alcune cose. Che si debba spesso uscire dalla propria “confort zone”, qualunque essa sia e in qualunque campo sia. Lavorativo o personale. E che, a volte, ci voglia una scossa per “invitarci” a uscirne, a togliersi da quel bugigattolo confortevole ma ridotto e anche a rischiare un po’, tralasciando le certezze e affrontando le incertezze, anche il rischio, che però può aprire a mondi migliori.

La propria stanza è conosciuta, pulita perché per togliere la polvere alla fine ci vuole poco. Quella porta là davanti, che apre l’universo di una stanza più grande, fa paura. Perché quei luoghi sono magari anche affascinanti, ma per pulirli ci vorrebbe tempo e fatica, in nome di una soddisfazione più grande, ma che ci costerebbe all’inizio tanto. Per cui preferiamo rimanere dove siamo.

Allora, a volte, ci vuole un terremoto, se non c’è la ferrea volontà di gettarsi in avanti. Decliniamo questa crisi così. Cavalcandola, a testa alta.

Ci sono stati tanti cambiamenti nella mia vita. In questo anno, pure. Perfino profondi. E belli. Difficili sono stati, difficili saranno. Li affronterò, come sempre. Con chi mi vuole bene accanto, con chi è il mio sostegno infinito e cui rinunciare è impossibile.

Per evitare semplicemente di avere un pallottoliere per contare estati e inverni.

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Il tranquillo battagliero

Non mi era mai capitato di intervistare un Arcivescovo. O, almeno, di farlo in questo modo, seduti a una scrivania, prendendoci il giusto tempo anche per scandire parole e frasi, per cogliere il linguaggio non verbale, le espressioni del volto, i movimenti delle mani.

Per la rivista “Noi” ho avuto l’occasione. Di ascoltare le parole di Augusto Paolo Lojudice, di riportarle sul numero che proprio in questi giorni troverete in edicola. Non potevamo pensare che proprio ieri il Papa lo nominasse Cardinale. Una casualità, una concatenazione di eventi.

Vi invito a leggere la lunga intervista, perché fra le righe (ma spero anche in esse…) penso si riesca a cogliere la “luce” che emana il nuovo Cardinale di Siena. Attento, aperto, capace di tratteggiare le sfumature di una cultura e, soprattutto, al di là di come la si pensi, di aprire le porte della Chiesa: si renderla inclusiva, anche a mondi che in passato sono stati così distanti e tabù. Le unioni civili pè solo l’ultimo di questi argomenti.

Fra le tante cose che mi ha detto e che ho provato a riportare c’è anche quella frase che ha portato poi l’editore Targetti a scegliere quel bel titolo “Il tranquillo battagliero”. Perché, alla fine, anche il Cardinale è umano e si arrabbia come tutti noi. Per Lojudice, in alcuni casi, “bisogna” addirittura farlo, quando si parla di violenza, di ultimi, di vessati, di vittime, di ingiustizia. Anche se si è, come lui, un Arcivescovo. Anzi, adesso, un Cardinale.

Ps: so benissimo che questo blog sia latitante, ma il lavoro è tanto e complesso.

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Addio, Sonar

Per la verità la speranza, benché, come si suol dire, sia l’ultima a morire, era ridottissima. Tuttavia qualcosa, una luce flebile in fondo al tunnel (peraltro, nome di un altro locale storico di qualche anno fa…), rimaneva. Anche solo per provare a conservare qualche ricordo che inframezzasse i discorsi al bar fra gli amici. Invece oggi è arrivata la notizia che, in qualche modo, ci aspettavano ( e da parecchio tempo). Il Sonar chiude (definitivamente) i battenti (leggi qui). Forse riaprirà da qualche altra parte, interpretando le parole dei rappresentanti di B-Side; ed è anche la speranza del sottoscritto.

Tuttavia, normale, niente sarà come prima (ed è giusto così). Non ci scapicolleremo più in questa strada a sterro che si insinuava dietro a palazzi in mattoni e si apriva su quel capannone, verso il quale noi, amanti della musica dal vivo e, diciamocelo, un po’ fuori dagli standard del “senese medio”, agognavamo un sabato sera alternativo rispetto alla consueta passeggiata in centro. Perché c’è stato un periodo che i concerti dal vivo a Siena si vedevano solo a Gracciano, per l’appunto. O, semplicemente, sapevi che comunque là potevi passare una bella serata con una musica un po’ diversa. A me piaceva, molto.

Era un punto di riferimento, insomma, quel capannone. Anche nelle “feste comandate”, Natale o Pasqua, dove, sinceramente, spesso non sapevi dove “andare a battere la testa” e in quei giorni un po’ da famiglia ti ritrovavi spesso con gente che aveva i tuoi stessi sentimenti, anche a ora tarda. Spesso con i Matrioska sul palco, altrettanto spesso con gruppi che, personalmente, conoscevo fino a u certo punto. Non importava. Valeva comunque la pena prendere la macchina e, almeno per me, macinare diverse distanze per arrivarci.

Ci mancherà, indubbio. Quello che verrà sarà sicuramente bello, forse addirittura migliore e più divertente, accogliente. Non sarà, però, il Sonar. 

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San Prospero sbadiglia più triste

Già ieri, ma stamani anche di più, il quartiere di San Prospero si è svegliato più triste. Sarà stata solo una mia impressione, ma gli sguardi di coloro che ho incontrato di prima mattina oggi per le vie del “mio” quartiere mi sono apparsi velati di pianto e amarezza. La notizia della scomparsa di Giacomo Muzzi, del Bar Silvana, ha lasciato tutti attoniti. Non solo per la giovane età, non solo perché non è mai bello registrare la morte di qualcuno che conosci o comunque sai chi è. Bensì perché Giacomo era uno di quelle persone che, in qualche modo, faceva parte della routine quotidiana, così uguale eppure così piacevole. Quando, per esempio, al mattino ti recavi a prendere i giornali e il caffè: una battuta, un sorriso, con la consapevolezza che fuori poteva esserci la tempesta o il Coronavirus, lui era comunque un punto di riferimento. Quel sorriso e quella sua bonaria battuta erano magari piccole azioni, ma alle quale in qualche modo di aggrappavi per affrontare la giornata e le difficoltà quotidiane. Ci mancherà Giacomo, siamo sicuri che la sua famiglia saprà portare avanti, anche nel suo nome, il mitico Bar Silvana, un’istituzione senese vera e propria, ma rimarrà il vuoto di quel posto dietro il bancone, mancherà quella sua passeggiata caracollante e il suo saluto per le vie di San Prospero.

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Un’altra storia

A giudicare, come sempre, sarà il tempo. Nel frattempo, inizia un’altra storia. Quella armena, scelta dal sindaco Luigi De Mossi per il Siena calcio. L’ho detto in tempi non sospetti (ieri, per esempio, ad alcuni colleghi). A me piacciono i “salti nel buio”. Nel senso positivo del termine. Mi spiego, ovviamente secondo quelle che erano e sono gli elementi che posso valutare. L’opzione Franco Fedeli, come detto per quanto abbia potuto ricostruire, era lineare, di “ripartenza”: un progetto di calcio che avrebbe riportato (o avrebbe tentato) la Robur in serie C, lì l’avrebbe fatta sopravvivere, utilizzando fondi propri e “facendo calcio” per qualche anno. Come ha “vivacchiato”, per raccontare l’ultima esperienza, la Sambenedettese. Certo, in un periodo di crisi profonda, del calcio e dell’economia, averne di investitori che tirano fuori i soldi e masticano anche di pallone, oltretutto appoggiandosi, senza farne alcun mistero, a Lucianone Moggi (che è stato quello che è stato, ma nel calcio continua a insegnare a tutti).

Di contro, però, avere la possibilità di dar vita a qualcosa di diverso, più ambizioso da subito, nuovo, con quella sregolatezza che può avere chi non ha frequentato (o, perlomeno, lo ha fatto meno) i salotti del calcio italiano e, sempre da quanto si sa, ha potenzialità economiche importanti, oltretutto da voler allargare l’investimento ad altri ambiti della città, è qualcosa che mi regala più stimoli. Certo, è possibile che i rischi siano maggiori, che la famiglia armena faccia nel tempo altri tipi di valutazioni, al di là di quanto “controfirmato” davanti al primo cittadino.

Come filosofia, tuttavia, preferisco, almeno in certi casi, chi nella crisi cerca di fare il salto oltre l’ostacolo, per lasciarselo definitivamente alle spalle, rispetto a chi preferisce aggirarlo: magari il secondo ha qualche possibilità in più di arrivare sano e salvo alla meta, ma il primo vede un traguardo che il secondo non potrà mai agguantare.

Sarà davvero così? Non lo so, non lo possiamo sapere, ve lo potrò ridire solo fra qualche anno. Preferisco, per una volta, uscire da una sorta di “confort zone”, da un riparo sicuro dalle intemperie: espormi a una possibile tempesta, ma alla fine godermi il mare delle Maldive, rispetto a quello (con tutto il rispetto, visto lo frequento) già visto e vissuto di Castiglione della Pescaia. Siena vive una crisi (Covid) nella crisi (economica pre Covid) nella crisi (post Mps). Servono tempeste per ripartire, il quieto vivere lo abbiamo già vissuto: ed è uno degli elementi che hanno alimentato le rendite di posizione che qualcuno vuole continuare, imperterrito, a difendere.

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