Pausa politica

Non dimentico gli argomenti lanciati con il post di ieri sul Palio (oltretutto dopo la risposta, più che legittima e a cui plaudo, della Contrada del Bruco a un editoriale apparso sulla Nazione), faccio oggi una piccola pausa politica. Quello che accadrà in Senato (il presidente Conte sarà sfiduciato?), in ogni caso, sarà un insuccesso. Se rabbrividisco a pensare di dover affrontare un’altra campagna elettorale – sebbene questa non sia mai di fatto terminata – dall’altra mi pare certificato il fallimento del governo gialloverde, non tanto (o non solo?) per l’attività svolta, quanto per un’alleanza che – per citare Ligabue – non stava insieme neppure con la colla. D’altra parte mi pare difficile che i due si riattacchino. E d’altra parte brividi anche maggiori mi vengono nel pensare che dietro a un governo istituzionale o tecnico si nasconda una maggioranza, dal canto mio, ancora più assurda con Pd, Cinque Stelle, Forza Italia e cespugli vari. Meglio, di gran lunga, un governo di centrodestra (ma ci sono i numeri e la volontà?), che comprenda Berlusconi e Fratelli d’Italia. Altrimenti, ahimè, giusto andare al voto, sorvolando sulla mia pelle d’oca e sui miei conati. Questo, però, è solo un piccolo blog di provincia, che – non vi preoccupate – non influenza alcunchè e probabilmente non accadrà niente di quello qui tracciato. Del resto in politica vale – sempre di più – tutto e tutto il contrario.

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E’ inverno, pensiamoci

Finita la stagione paliesca (pare proprio che il Palio a sorpresa non ci sarà), rimangono sul tavolo diversi temi: mossa e mossiere, canape, giustizia paliesca, la stessa questione del Palio a sorpresa, rapporto con la Rai e altro. Ho avuto anche quest’anno il piacere di condurre “Processo alla prova” e poi “Processo al Palio”  su Radio Siena Tv e mi sono permesso di ribadire anche durante le dirette un concetto: ci sono temi da dipanare lungo i lunghi mesi invernali, per non ritrovarsi poi a doverne discutere nei quattro (otto) giorni di Palio, in cui l’attenzione è certo su questi temi, ma la concentrazione è massima su altro e il coinvolgimento dei contradaioli è tutto rivolto ai tre giri sul tufo. Al di là di chi sarà impegnato con i festeggiamenti, dunque, sarebbe interessante instaurare un dibattito serio e approfondito su tutti i temi, da effettuare come ripeto spesso non sui social, ma nei luoghi preposti: seggi, assemblee, perfino locali delle società, senza abbandonarsi solamente sui discorsi di chi ha montato chi o del perché ha montato così. Saranno tematiche più “noiose”, infatti, ma che valgono di più della corsa o della strategia singola, vanno nell’interesse generale. Anche se, è vero, hanno bisogno di un’applicazione intellettiva maggiore: forse per questo si tende a scansarle? Non voglio pensare (ancora) che sia così. Ne ragionerò sul blog, intanto.

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Una festa italiana

Non penso di essere in possesso degli strumenti culturali per recensire un libro, tanto meno se l’autore si chiama Duccio Balestracci e se l’argomento è “Il Palio di Siena”. La lettura di questa opera, tuttavia, è stata talmente piacevole, scorrevole e divertente che voglio utilizzare questo spazio (che come al solito sarà aggiornato poco…e male in questa settimana) proprio alla vigilia della Carriera di agosto per parlarne un po’. Una delle (tante) cose che mi ha colpito durante la lettura de “Il Palio di Siena, una festa italiana” (edito da Laterza, 306 pagine) è la capacità che ha avuto il professore (mi pare di aver capito che per qualche altra settimana lo posso ancora chiamare così…) non solo di narrare con semplicità una storia particolarmente complessa e intrigata come quella di Siena, delle Contrade e del Palio; bensì anche di saper attualizzare tante problematiche del “Palio di oggi”, saperle contestualizzare e cristallizzare attraverso gli archivi della storia. Il libro non ha bisogno della pubblicità di questo blog, ma, visto che andiamo incontro a quattro giorni particolari per la città e per i suoi cittadini, mi permetto di dare un consiglio: leggetelo. Soprattutto se in questi giorni avete intenzione di dare giudizi su (vado un po’ a caso): protocollo equino, cazzotti, scelte dei capitani, strategie dei fantini, sicurezza, esclusione dei cavalli migliori, rapporto fra Palio e turismo, attacchi interni e esterni, alcool, tutela del Palio, fake news, influenze della politica, sicurezza, forze dell’ordine, nerbate, violenza e molto altro. In generale a me non piace chi trancia giudizi su questo o su quello, mi piacciono le persone che si fanno domande e fanno sorgere dubbi. Partendo, magari, da quello che è stato il passato. Almeno, infatti, prima di propinarci la vostra versione dei fatti su tutto e tutti, leggete quello che è realmente accaduto, che è documentato e che non è solo nella vostra mente. Nel volume, infatti, si ricostruisce tutto quello che c’è dietro a aspetti che nel presente ci appaiono fin troppo scontati: si capisce quanto il Palio sia un gioco, ma di un’importanza vitale per i senesi e di quanti e complessi valori sia composto (e composito). Non necessariamente valori positivi (o giudicati tali): anche le piccole e grandi magagne che un sistema così complesso ha avuto e avrà. Sono quelli su cui lavorare come contradaioli e senesi, senza soloni e filosofeggiamenti aulici sulla “Siena che fu” o su “ai tempi miei”, perché non necessariamente quei tempi sono giudicabili come migliori (o peggiori).

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Sono solo voci

Post breve per l’influenza del sabato e del pre Palio. Stimolato, però, dal fatto che, a volte, una smentita può far peggio di una notizia. E’ una regola aurea della comunicazione, ma evidentemente è poco conosciuta dal consiglio di amministrazione di Antenna Radio Esse. A quanto si legge (qui) lo stato di salute dell’emittente è buono. Bene, perfetto, bravi gli amministratori a tenere in equilibrio una situazione in una fase affatto facile per questo tipo di aziende. Il problema emerso nei giorni scorsi, però, è un altro: il licenziamento certo di un giornalista e praticamente fatto di altri tre, tutti contrattualizzati. Non si capisce e soprattutto il cda non spiega perché questo sia avvenuto o avvenga, eppure la questione è quella, non altre. E, ancora, bisognerebbe nel caso capire chi sostituirebbe chi, perché, a livello puramente teorico, un’azienda potrebbe anche essere legittimata (si fa per dire) a licenziare qualcuno, ma sarebbe chiamata a sostituirla con persone almeno del medesimo livello di competenza e professionalità, soprattutto se si vogliono”vincere le sfide del futuro”. Di questo, però, il cda non parla, bensì si limita a rispondere a “voci” che parlerebbero di chiusura della radio: personalmente mai sentite e mai lette. Altra regola della comunicazione, per la quale forse serve un ripassino: alle “voci” non si risponde se si ritiene che siano, per l’appunto, tali; si lasciano cadere, altrimenti, automaticamente, si legittimano, per l’altra regola che una smentita spesso regala una notizia due volte. Mi verrebbe una battuta a proposito di paventate e future chiusure, ma ho troppo rispetto del lavoro altrui per farla. Del resto, sono voci.

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D’estate (e un ps più interessante del post)

La città si prepara al Palio, l’Italia vacanziera alle elezioni autunnali. A meno di clamorose novità, s’intende: nel primo caso per quanto riguarda il Palio a sorpresa (che dubito fortemente venga realizzato, mentre sulla Carriera “regolare” non credo ci siano dubbi…), nel secondo caso, invece, nel caso in cui qualcuno nel Pd impazzisca (alla fine potrebbe essere anche meno impossibile del previsto, visti i tempi) e decida di fare un governissimo con Forza Italia e CinqueStelle. A meno che, impazzimento per impazzimento (ma, nella follia, anche questa non è un’idea peregrina), si trovi la formula per un rimpastone in modo che la Lega si “accontenti” (ed anche qui prepariamo le camicie di forza…) di qualche dicastero. Propendo fortemente per l’ipotesi delle urne: avremo modo di riparlare, dunque, di politica da qui al 27 ottobre (magari verranno accorpate regionali e nazionali). Ho la pelle d’oca, nel senso negativo, al sol pensiero di dover affrontare due mesi di campagna elettorale a così breve tempo dall’ultima, benché in questa siamo ormai immersi in maniera perenne. Immagino già lo schema, anche se sarà curioso capire – non è una domanda retorica, neppure una battuta ironica – il posizionamento propagandistico del Movimento Cinque Stelle.

Ps: giustamente in questi giorni si è (ri)accesa l’attenzione sulla questione Antenna Radio Esse e l’ormai probabile licenziamento dei giornalisti. La mia prima esperienza radiofonica, ormai svariati anni fa, è stata proprio da quelle parti: anche se le nostre strade si sono poi separate, a quella realtà mi legano dunque bei ricordi, primi notiziari, anche primi errori e prime soddisfazioni personali. Oltre alla scontata, ma non banale, solidarietà ai colleghi implicati nella vicenda, credo sia venuto il momento, come ho già scritto (leggi qui), di fare una riflessione, ampia e approfondita, sull’informazione e in particolare su quella locale. Di più: su quella di Siena. Avanti, c’è posto.

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Storie (inventate) estive: il licenziamento arriva su Whatsapp

Dal mare della Puglia, oggi vi racconto una storia. Una storia dei nostri tempi, frutto di fantasia, ma purtroppo applicabile alla realtà e, ahimé, credo a qualsiasi realtà lavorativa. 

Oggi, purtroppo, in certi ambienti il “licenziamento” corre su Whatsapp. L’ho messo fra virgolette, perché prima di essere licenziati, bisognerebbe essere assunti. Invece noi, titolari di ditte individuali, una volta si chiamavano liberi professionisti, insomma noi che apparteniamo alla schiera delle Partite Iva, un’assunzione neppure sappiamo cosa sia. Non conosciamo stipendio fisso tutti i 26 o 28 del mese, tredicesima e quattordicesima, ferie pagate e quando arriva qualche linea di febbre malediciamo il mondo, perché non possiamo telefonare a nessuno se non a noi stessi per dire che “stiamo a casa”. Quando ero più giovane, quando ero bambino, quelli con la partita Iva erano i privilegiati: complice, forse una tassazione più leggera (o forse controlli meno stringenti), mi figuravo manager in doppio petto con macchione e telefonino, barca a vela e ristoranti di lusso. Tutto scaricabile, tutto esentasse. Neppure loro avevano orari e si portavano dietro il lavoro, in macchina o in vacanza, ma i loro conti correnti erano a sei zeri. Oggi, non è più così. In Italia il popolo delle partite Iva è il più alto in Europa, più di cinque milioni. Cinque milioni. Mi sono fatto un’idea: lavoro, soprattutto per i giovani (o presunti tali) non c’è e nessuno dei governi (destra, sinistra, centro) è stato capace di crearlo, spingendo sugli acceleratori economici e, in cambio, costringendo le imprese a assumere. Non c’è o non si vuole che ci sia. Perché? Perché è più semplice avere a che fare con una P.I.: niente obblighi, niente contributi, quello che esce è quello che spendi, niente turni e orari di lavoro da concordare. Peraltro, sempre meno. Perché? Perché si crea un corto circuito: non c’è lavoro (o non si vuole che ci sia), chi non lo ha può solo pensare di aprire una Partita Iva, perché se capita qualcosa fra le mani è l’unico metodo riconosciuto e più o meno legittimo per farsi pagare, ma le P.I. aumentano considerevolmente e il mercato si ampli a dismisura, con la concorrenza che fa abbassare i prezzi. Conta la qualità, direte voi. Possibile. Auspicabile. Di solito il mercato esalta la qualità. Di solito. E’ sempre così? A volte si, spesso no. Si guarda molto spesso al prezzo, il lavoro, il più delle volte, come viene, viene.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho una piccola ditta individuale di idraulico. Ho una discreta esperienza, un discreto curriculum, a detta di tutti nella mia città, Carrara, sono apprezzato e stimato, ci sono tante persone che mi fermano per strada per fare due chiacchiere e per intrattenersi piacevolmente con me. Qualcuno ricorda anche qualche lavoro fatto in casa o per qualche suo parente. Con l’avanzare dell’età (sono sulla soglia dei 50 anni, ho un figlio e una moglie, pago un mutuo) sono anche riuscito faticosamente a trovare qualche escamotage alla mia condizione lavorativa precaria. Diciamo che grazie alla mia esperienza, sono stato capace di stringere qualche rapporto con le aziende del territorio. Diciamo pure continuativo. Diciamo, perché c’è un accordo verbale, niente di scritto: hanno bisogno di piccole manutenzioni, conoscono la mia puntualità e affidabilità e i miei costi non eccessivi. Perché scegliere tutte le volte un idraulico diverso? Giusto. Va molto bene a loro (per gli aspetti di cui sopra), tutto sommato va bene anche a me, perché ho una mezza sicurezza alla fine del mese: un paio di fatture sono garantite.

Questo in linea teorica. Perché poi arriva la pratica. Come alcuni giorni fa, quando una delle ditte, per fortuna una delle minori rispetto al mio fatturato (vi assicuro a livelli infimi), ha deciso che non aveva più bisogno di me. Nessun problema personale, nessun dilemma sulle manutenzioni effettuate, perfino nessun problema sui prezzi applicati. Semplicemente “tagli al budget”. Non so e forse neanche voglio sapere, sinceramente, come adesso farà l’azienda suddetta ad andare avanti nel “piano di rilancio”, non sono così presuntuoso da pensare che senza le mie manutenzioni non si possa andare avanti. Magari qualche dubbio può anche venire, ma non è questo il punto.

Il punto è che tale rottura è arrivata su Whatsapp. Avete letto bene: un messaggio. “Ciao, abbiamo deciso che con il mese di giugno si interrompe la nostra collaborazione. Tagli al budget. In futuro, vedremo”. E stop. Vi risparmio i miei tentativi di capire meglio la situazione, capire se per caso avessi sbagliato qualcosa nel lavoro e nei rapporti: tentativi tutti andati a buon fine, nel senso che nessuno, come detto, ha mai contestato niente. “Tagli al budget” è il refrain. Posso pure capire. Può capitare. E’ proprio necessario farlo su Whatsapp? Pare di sì. Non contano rapporti umani e altro, stabiliti nel tempo. Basta un messaggio a cancellare tutto.

Non so se questo sia il nuovo oblio del lavoro, non so se questo possa definirsi come la nuova schiavitù, non ho le competenze scolastiche per saperlo. So che basta un messaggino per far crollare un pezzo della casa pericolante che con fatica si è costruita nei mesi e negli anni. Domani è un altro giorno, si vedrà, si ripartirà, voglio pensare che il futuro sia migliore e forse lo sarà. Mi domando però se chi ha mandato quel messaggio stia pensando a tutto questo o abbia solo il pensiero rivolto al budget. E mi domando anche un’altra cosa. Quelli che mi circondano, della mia età o più giovani, pensano a tutto questo? Purtroppo può capitare a chiunque. In ogni momento. Pensateci quando ficcate un gomito in bocca a un collega o quando mi ostruite la strada con il vostro camioncino.

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Mangiano, bevono, dormono

Sedicimila e passa iscritti, cui aggiungere dottorati, master, medici in formazione. Solo con questi arriviamo a ventimila, poi bisogna aggiungere la comunità dei docenti e, se volete, il personale tecnico amministrativo. Questa è l’attuale Università di Siena nei numeri, peraltro non esaustivi. Con sacrifici e difficoltà è stato rimesso in piedi il bilancio, l’ateneo non è fallito, ma non è questo il punto. Il punto è che questo non può che essere uno degli “asset” per il futuro della città, su cui puntare in maniera decisa. Queste ventimila persone non solo studiano, infatti. Banalmente acquistano libri, mangiano, bevono, dormono, si divertono. Sarebbe interessante fare un calcolo del loro “bilancio sostenibile”, cioè della ricaduta di ricchezza sul territorio derivante dalla loro presenza qui e non altrove. Fa più moda, anche se per fortuna rispetto a qualche anno fa la tendenza è cambiata, dire che gli studenti (che paiono un’entità astratta) sporcano, fanno rumore, sono irrispettosi ecc. Quando poi pagano l’affitto diventano improvvisamente degli angeli. Non importa, credo ancora nell’esistenza di una maggioranza che riesce a ragionare sull’importanza di avere un ateneo florido, con tanti iscritti, che funzioni e che offra opportunità a chi arriva a studiare o a lavorare. Quando si parla della città, in tutti i suoi aspetti, teniamone conto. Dai dati dell’Università si evince come circa dodicimila iscritti siano giovani dai 18 ai 25 anni. Quasi triplicano il dato dei senesi della stessa età. Fate voi due conti.

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