L’ultima corsa di Brio

Questo è l’articolo di un anno fa da me firmato sul “Corriere di Siena”. Un piccolo ricordo.

L’ultima corsa di Andrea Mari. La galoppata di Brio si è fermata per sempre intorno alle 15,30, sul viale dei cipressi nella frazione di Bolgheri, nel comune di Castagneto Carducci. Andrea Mari è morto sul colpo, a causa dello schianto contro un albero della Porsche che stava guidando e di cui ha perso il controllo per cause ancora da accertare. Sul posto tre ambulanze della zona, i vigili del fuoco, i carabinieri e la polizia municipale. A nulla sono valsi i soccorsi. Il corpo del fantino è stato estratto dalle lamiere. La notizia si è sparsa dopo poche ore in città, lasciando letteralmente sconvolti tutti. Andrea Mari ci ha lasciato così. Con la stessa incredibile forza e prorompenza con cui aveva vinto in Piazza del Campo. In un soffio, in un lampo, come quello che lo hanno reso immortale con il nerbo alzato. Avrebbe compiuto 44 anni il prossimo 13 ottobre. Avrebbe ancora montato a cavallo, avrebbe ancora sfidato gli amici-rivali sul tufo. Avrebbe ancora lottato con il nerbo in mano. Molto probabilmente l’avrebbe alzato, di nuovo, per la settima volta. Adesso cavalcherà le nuvole, con il suo incredibile sorriso. Con il suo Brio, con quel soprannome che gli ha fatto scrivere pagine di storia. Che lo ha consegnato alla storia. Andrea Mari era nato il 13 ottobre 1977 a Rosia.

Aveva cominciato fin da bambino a giocare a calcio, scontrandosi amabilmente sui polverosi terreni da calcio della provincia anche con buone qualità tecniche, ma il suo sogno era uno e soltanto uno: fare il fantino di Siena, correre in Piazza del Campo. E quel sogno lo aveva inseguito. Con caparbietà. Con forza, con sacrificio, con passione. Anche con quel sorriso, con quella innata simpatia, con quel carattere estroverso che ne faceva persona unica nel mondo del Palio, dei cavalli e delle Contrade. Con la battuta e la parlantina. Il Brio che si portava sempre dietro, a cui dava sfogo nelle occasioni di festa, magari dopo una vittoria, ma a cui univa l’enorme professionalità, la preparazione atletica e la cura di tutti quei piccoli-grandi particolari che sul tufo fanno la differenza.

Lascia l’amata Ilaria, che aveva sposato nel 2019. Lascia un ricordo grande e indelebile in chi l’ha conosciuto. L’ha sfiorato. Ha gioito con lui, grazie a lui. Anche chi ha lacrimato per le sue imprese. Perché il Palio è questo. E’ passione, quella che animava Andrea, sempre, in ogni momento e in ogni istante. Nel 2000 calca per la prima volta il tufo di piazza, vestendo il giubbetto del Valdimontone per una prova. Fa il suo esordio nello stesso anno anche ad Asti, l’anno successivo a Fucecchio. Nella Tartuca, sempre nel 2001, i primi tre giri in Piazza del Campo con un giubbetto, è il suo esordio nel Palio del 16 agosto. Il 2 luglio 2006 la prima vittoria. Una corsa caparbia su Choci che porta al trionfo la Pantera. Andrea corona il suo sogno: diventare protagonista a Siena. Piano piano allarga il suo “regno” nel comune di Murlo, i cavalli, i terreni, la scuderia, la palestra.

Ma non dimentica le sue origini, la famiglia, gli amici. Resta quello che è sempre stato: schietto, sorridente, prorompente. Certo, non mancano le delusioni sul tufo, ma Andrea è sempre lì. Conquista il bis il 16 agosto del 2009 con il giubbetto della Civetta su Istriceddu. Due anni dopo fa gioire la Giraffa su Fedora Saura: è il 16 agosto 2011. E’ ormai un big affermato e non si ferma neppure dopo un brutto infortunio che gli impedisce di correre ad agosto 2013. Passa poco più di un anno dalla caduta che Andrea Mari alza di nuovo il nerbo. È il 16 agosto 2014, vince su Occolè nella Civetta. E pochi mesi dopo diventa ancora “re”, vincendo su Morosita Prima nella Torre: è il 2 luglio 2015. Brio è ormai un fantino celebre, richiesto, amato. E certo, anche “odiato”, come succede a Siena, per quanto si possa “odiare” uno come Andrea Mari. La sesta vittoria arriva il 2 luglio 2018 nel Drago, con Rocco Nice. Rimarrà l’ultima cornice d’oro di un sogno, di un quadro dipinto a tratti forti, decisi, ironici, a volte scanzonati, sorridenti e fieri. E’ difficile pensare che non ci sarà più. E’ difficile pensare che, quando torneremo a guardare verso l’Entrone, da lì non uscirà più. Ciao Andrea, ci mancherà il tuo Brio.

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Radici profonde e successi estemporanei

Ormai mi sto “specializzando” in post sportivi. La debacle dell’Italia con la Macedonia ha radici profonde. Certo, il calcio non è una scienza esatta e se gli azzurri avessero segnato anche con un colpo d’anca (e ci poteva stare, visto l’andamento della gara), probabilmente si farebbero altre considerazioni del tipo: “Con il Portogallo servirà altro, comunque siamo in finale”.

Proprio per questo, però, sono le sconfitte a costringerci a fare analisi più profonde e, forse, più esatte della situazione. Perché la nebbia del successo non offusca e non compre le eventuali magagne. Che, a parer mio, erano evidenti da mesi, anche ai campionati europei.

L’Italia ha mandato in campo e, in generale, manda in campo, giocatori di livello medio basso, a parte alcune eccezioni. Servirebbe sempre un mezzo miracolo tecnico-tattico, Mancini lo ha fatto in qualche modo durante gli europei, non sempre le ciambelle riescono. Faccio l’esempio della prima Juventus di Antonio Conte, oggettivamente inferiore allle avversarie, ma capace di tornare a vincere lo Scudetto. Può capitare che vinca la squadra meglio organizzata, ma inferiore dal punto di vista qualitativo (ammesso che l’organizzazione nel calcio non sia una qualità…) proprio perché il calcio non è una scienza esatta: guardate il Psg che con Messi e compagnia dovrebbe vincere sempre e dovunque. Alla lunga, però, i nodi vengono al pettine o se preferite i palloni finiscono per rotolare (in porta).

Il campionato italiano ha abbassato di molto la suddetta qualità e non da oggi. Basta vedere chi se lo lotta e chi ci gioca. Il Milan è primo con un undici che si basa anche sul quarantenne Ibra e sul trntaseienne Giroud. La Juve ha vinto qualche Scudetto con l’allora trentaseinne Ronaldo. La medicina e la cultura sportiva vanno avanti e permettono, a chi si tutela, di avere una carriera a un’età impensabile negli anni Ottanta, quando si appendevano le scarpe al chiodo a trenta anni, ma qui si sta cominciando a esagerare. Il cammino delle squadre italiane in Europa è, al momento e oggettivamente, ridicolo.

Sento da anni parlare di rilancio del settore giovanile, di miglioramento tecnico delle scuole calcio, di più investimenti nella tecnica e meno nell’atletismo e nel tatticismo. Parole e basta. Fatti quasi nessuno. Alcuni giovani emergono dall’Atalanta, dal Sassuolo, dal solito Empoli, la Juve ci sta provando, ma poi il mercato va da altre parti e quindi i giocatori che scendono in campo sono altri. Come scritto altre volte ho assistito a partite di calcio noise, senza gesti tecnici eclatanti, con ricerca di atletismi e poco altro. Non c’è una soluzione univoca, non basterebbe chiudere le frontiere (impossibile, peraltro), ma una serie di iniziative congiunte. Il sistema mi pare incancrenito, ma per rifondarlo ci vorrebbero anni. Tranquilli, non accadrà: ci aggrapperemo al prossimo successo estemporaneo.

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Quella maglia, quel Dna

Voglio raccontare oggi una piccola grande storia. Di ripartenza (parola noiosa), ma non solo. Di basket, ma non solo. Di gruppo, ma non solo.

La Mens Sana Basket gioca nel campionato di serie C Silver. Due fallimenti (che gridano vendetta) dopo l’era d’oro. Mille difficoltà: disaffezione di parte dei tifosi (non sto qui a disquisire se giusta o sbagliata, non mi spetta), difficoltà economiche del territorio, sponsor non così disposti a dare di nuovo fiducia a un progetto che comunque doveva ripartire con tempi medio-lunghi.

Per chiarire. Non è un post “di parte”, dopo il cambiamento del mio lavoro. La Polisportiva ha avuto un ruolo importante e determinante, è oggettivo, ma sono fatti e non opinioni. Dal punto di vista del tifo, inoltre, sono legato a bei ricordi adolescienziali (il mitico Gruppo Brasato) con il basket e, purtroppo, poco altro: ho chiaramente gioito per i successi nazionali e internazionali dell’era d’oro, ma non ho pegni da pagare in questo senso.

Ho vissuto (per lavoro, questo sì) da dentro per un paio di anni quella realtà. E ho visto. Ho osservato competenza, passione, organizzazione. Ho respirato sport e programmazione, ho visto lungimiranza. Ma non solo.

Ho visto la costruzione di un percorso: sia che parta dalle mura di un ufficio che da quelli di un palazzetto o di uno spogliatoio. Un percorso fatto di ragazzi, di uomini, di passioni che si uniscono. Con una chimica straordinaria, che però non nasce a caso. Nasce perché quando indossi quella maglia, quei colori, quella storia, c’è per forza qualcosa di diverso. Sul campo si vince, si perde, si sbaglia, si fanno cose giuste. Con quella maglia, però, è tutta un’altra cosa. E si traduce, per l’appunto, sul campo. Poi si può perdere o vincere, si può restare a lottare sui parquet di provincia o di regione.

Tutto questo si è visto nel recente passato, ma forse di più quest’anno. Quando siamo tornati ad una quasi normalità. Di fronte ad avversari oggettivamente più forti (tecnicamente ed economicamente, basta paragonare i budget di spesa), la squadra ha infilato una serie impressionante di vittorie. Ha saputo soffrire e anche perdere, ma la lotta non è mai mancata, la capacità di combattere neppure.

Qualcuno, tifoso ben più autorevole di me, lo ha chiamato “Dna Mens Sana”. E’ così senz’altro, unito da una chimica e da competenze di cui sopra. Non era scontato, non è scontato.

Per me questa è già una bella vittoria e sono sicuro che tutti i protagonisti (dal primo all’ultimo) di questa annata si porteranno questo con loro per sempre. A prescindere da come finirà.

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Digressione (e un ps)

Una digressione calcistica, perché questo blog è come la Rai (che non guardo quasi più): di tutto, di più.

Ultimamente guardo poco (anche) il calcio: mi diverte pochissimo, l’esasperazione tattico-fisica mi annoia, quando mi sforzo di osservare qualche gara dopo quindici minuti del primo tempo ho già la mano sul telecomando a caccia di una serie o un film, fra uno sbadiglio e l’altro. Aborro “la costruzione dal basso” che coinvolge i portieri, amavo il “tiki taka” del Barcellona, ma non il suo scimmiottamento per forza, a caccia di quelli spazi anche sul fondo del proprio campo. per me (infimo calciatore) il pallone è anche corsa, perfino foga, agonismo; ma anche dribbling, gesto tecnico in velocità.

L’ottavo di finale fra Juventus e Villareal, al di là del risultato finale, mi ha fatto addormentare. Ho resistito un tempo, grazie probabilmente a qualche “folata”, abbastanza estermporanea, Poi un unico, lungo, lunghissimo, monologo di passaggi orizzontali e di due squadre che difendevano in undici “occupando gli spazi”.

Il coach Allegri (che tutto sommato per me resta un vincente) fa di necessità virtù: oberato di infortuni da mesi, deve inventarsi un undici con titolari i vari: Danilo (riserva a Manchester e a Madrid), De Sciglio (riserva al Lione), Rugani (riserva al Cagliari), il fratello di Rabiot che è venuto a Torino al posto del gemello e vario altro. Ovvio che vada avanti con la copertura degli spazi e Vlahovic che ci penserà.

Torno al generale: questo calcioo così esasperatamente tattico fa sbadiglio. Molto meglio una partita di terza categoria.

Ps: ho visto sui social (purtroppo, devo smettere) una mini polemica su una foto relativa a un brindisi di autorità per Wine and Siena. A parte che in quella foto ci sono persone non elette, fra cui anche un paio di imprenditori che non rispondono (a casa mia) alle logiche politiche-istituzionali, ma tale polemica mi sa molto di volpe e di uva. Un po’ come quando si “denunciavano” le chiusure dei negozi di dischi, però erano secoli che non si comprava un vinile o si faceva online.

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Da Porta Camollia a Porta Romana (e un ps)

Una delle cose che più mi stupisce (o forse no) dell’utilizzo dei social è il fatto di non rendersi conto della piccolezza del proprio io. Non solo filosoficamente siamo piccole meteore che passano in un arco di tempo infimo rispetto al resto dell’universo-mondo. Siamo proprio piccoli, come è piccolo il nostro pensiero, la nostra immagine il nostro ego.

Nessuno (o pochissimi) si svegliano la mattina pensando di non poter vivere senza conoscere il nostro pensiero, tramutato in un messaggio sui social vergato tramite una tastiera più o meno piccola e touch screen e affiancato da una qualche immagine con relativo hashtag di (più o meno) tendenza. Incredibilmente il mondo può andare avanti anche senza di noi (e questo vale anche per questo post, s’intende). Siamo piccoli puntini nel mondo, la schiuma del mare dopo una tempesta.

Per i senesissimi, traduco: il nostro pensiero, a volte, non va oltre Porta Camollia e si ferma pure a Porta Romana. Come ripetevo spesso ai collaboratori quando ero direttore (parolona) di un qualche giornale, “alle Badesse” (con tutto il rispetto) già non sanno chi siete.

Scrivete e scriviamo pure, ci mancherebbe. Mai sia che questo blog censuri qualcosa. Con la consapevolezza, però, della limitatezza spazio-temporale che attraversa (forse) le lastre da nord a sud e (forse) ritorno.

Già perchè gli influencer veri e propri sono pochi e legati spesso a questioni commerciali. Che mai noi avremo. Gli intellettuali (veri) capaci di spostare il pensiero del mondo con un post si contano (forse) su poche dita. E, ahimè, hanno addirittura studiato.

Per cui, non ci tediamo: i social sono una grande conquista di democrazia, ma non tutti voglino conoscere cosa ne pensiate.

Ps: in riferimento al post precedente (questo) stamani mattina ho visto diversi ciclisti riportare la propria bicicletta alla macchina e ripartire. Segno che sono rimasti pure stanotte in città. Dimostrazione dell’indotto delle competizioni. A chi continua a lamentarsi consiglio la lettura: di un giornale, di un qualcosa. Anche e solo per sapere gli orari della viabilità. Così, semplicemente.

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Avvertenza: arrivano le Strade Bianche (con una premessa)

Premessa: le cose che torverete qui scritte le ho scritte da anni. Carta (anzi, post) canta. Senza differenza di colore, sindaci, amministrazioni, comuni, ere ed epoche.

Questo post è più che altro un avviso ai naviganti: nel prossimo week end torneranno le Strade Bianche, “la classica del nord più a sud d’Europa”, appuntamento ciclistico ormai di livello mondiale. Letteralmente. Che significa: visibilità, per l’appunto, universale della città e del territorio (Siena e dintorni) e arrivi, ancora, da tutto il mondo conosciuto.

Sportivamente si tratta di una manifestazione che ha raggiunto ormai i livelli delle maggiori classiche di ciclismo. Di grande livello anche quella femminile e sicuramente di grande impatto anche quella della domenica, dedicata agli “amatori”, che ripercorre lunghi tratti della gara dei prof.

Dal punto di vista turistico, i numeri sono sotto gli occhi di tutti. Per la gara professionisti sono da contare, anche se sembra scontato, non solo squadre e tecnici, ma anche operatori, operai, curiosi,m tifosi, appassionati.

Quella amatori arriva a oltre cinquemila iscritti la cui stra-grande maggioranza (per non dire l’interezza), arriva in questi giorni per godersi città prima e gara dei prof poi. Tutti o quasi si portano dietro famiglie e parenti. Tutti o quasi dormono, mangiano, comprano souvernir. Il livello dell’indotto è facilmente percepibile. Sarà poco, certo, vista la situazione. Ma è un inizio.

Tutto questo per avvertire soloni e tuttologi del web: risparmiateci, per una volta, i vostri epitaffi sui social su chiusura delle strade, ingorghi vari e quant’altro. Vedo in giro cartelli e volantini, basta aprire un mezzo giornale per sapere cosa sta per accadere a Siena e come ci si potrà muovere. Premunirsi è semplice. Per le paste e la passeggiata domenicali per il corso c’è tempo. Grazie, anche se so già che dovrò evitare il passaggio da Facebook in quelle ore.

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E’ Palio

Capisco che i venti di guerra che soffiano dall’est siano in realtà la notizia di grande (e drammatica) attualità di oggi. Non vi preoccupate, i tuttologi del web stanno già passando da esperti virologi ad analisti geopolitici, quindi avrete di che leggere (non scordando che qualcuno è stato anche critico musicale per le giornale di Sanremo).

Provo però a riparlare di quotidianità, quella che, per l’appunto, abbiamo perduto da due anni a questa parte e che forse la guerra di cui sopra potrebbe non farci (ancora) riacquistare.

Il governo Draghi ha annunciato la fine delllo stato di emergenza al 31 marzo, con il progressivo annullamento delle restrizioni, a aprtire dagtli eventi all’aperto. Per il Palio, dunque, si annuncia un ritorno alla normalità. A luglio, forse, potrebbero restare in piedi alcune “restrizioni” (notare le virgolette, non voglio entrare in strane diatribe), ma sostanzialmente, a meno di capovolgimenti del virus, torneremo appunto alla normalità.

Lascio le stucchevoli analisi sull’opprotunità o meno di pensare al Palio in questa fase ad altri. Personalmente credo che, a livello filosofico, ci debbano essere pochi dubbi. Le Contrade dovrebbero rappresentare quel tessuto sociale e di solidarietà a prescindere dai quattro (otto) giorni, mentre la città dovrebbe prescindere dal Palio per il proprio sviluppo economico e turistico. Filosoficamente, appunto.

La pratica, se preferite la realtà, è tutta un’altra, se non vogliamo cadere in mera ipocrisia. Da anni, anche quando sono stato in tv, invoco una riflessione interna e nei luoghi preposti (che siano le assemblee o le società di contrada e non i social, per capirsi) anche su questi temi, troppo spesso sollevati sul web da coloro che, invece, non sanno neppure dove siano le sedi dei propri musei. E il sottoscritto è uno fra i critici più aspri quando si parla di “senesità” e di provincialismo culturale.

Purtroppo (o forse neanche tanto) la realtà di oggi (sottolineo: di oggi) ci dice che il Palio manchi come la luce dopo la notte boreale. Poi dateci e diamoci pure della “gente vana”.

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Aldone

Per tanti eri semplicemente il Duce della Giraffa. L’uomo burbero dalla voce roca, dai modi bruschi e spiccioli. Perfino un’icona, intrisa di storia cittadina, di aneddotti, di battute, di episodi. Palio, cazzotti, Contrada, calcio, Siena.

Per me, molto altro. Per tanti giraffini, della mia generazione e non solo, tantissimo altro.

Aldo Brocchi. Mi mancherai. Mi mancherai tantissimo, tanto che stranamente mi diventa difficile scrivere, adesso. Mi mancherà la tua figura, in Contrada, al campo di calcio. Dietro al cavallo. O quando mi trascinavi, letteralmente, ad aspettare il cordone dei vigili prima della prova.

Ci sarebbero mille cose da dire. Troppe per ricordarle tutte, adesso perfino doloroso metterle insieme: mi si confondono nella testa, si tramutano in pianto che voglio ricacciare indietro, perché il tuo spirito guerriero, in tutto e per tutto, so che non lo sopporterebbe.

Ricordo che soffrii molto in quel periodo (per fortuna, breve) in cui discutemmo e non ci parlammo per un banale screzio. So che anche tu, nel tuo cuore, soffrivi di questo: lo vidi quando, finalmente, decidemmo assieme che dovevamo interrompere quel silenzio così assurdo.

E tornasti ad essere con me l’Aldo di sempre, quello che quando incontravo mi stringeva anche con (troppa) forza, che parlava di calcio, di Giraffa, di sport, di Siena. E che mi faceva ridere e sorridere. E che mi invitava a mettermi a sedere accanto a lui, in Provenzano o in Piazzetta, in quel tavolo tanto agognato quando eravamo piccoli, quello dei più “vecchi”, quello dei cori e delle battute, quello dei canti che imparavo ad occhi spalancati.

Alla fine, ti voglio ricordare così, come ricordo tanti altri miei punti di riferimento nella Giraffa che purtroppo non ci sono più. Sorridente, sarcastico, certo burbero e sbrigativo, eppure così ironico e generoso. Voglio ricordarti con il sorriso, anche se le lacrime scendono e bagnano questa tastiera.

Per me il leone non si addormenterà, mai.

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Non ripetere

Una delle scene (non l’unica, certo) che più mi toccano di Schindler’s List di Spielberg non è, contrariamente a quanto si possa pensare, la sequenza della bambina con il vestito rosso. Bensì quella in cui, in partenza per i campi di concentramento, i nazisti sequestrano le valigie degli ebrei e le svuotano nei magazzini.

La perdita conmpleta della propria identità, l’isolamento, la riduzione dell’uomo e della donna ad animale. Questo, oltre naturalmente alla morte, è quello su cui, a mio umile parare, è necessario riflettere. Come si è potuti arrivare a tutto questo? E’ quando il dolore e l’aberrazione lasciano spazio alla rfilessione, non fine a se stessa, ma necessario affinchè non si ripeta, pur con forme diverse e per certi versi nascoste.

Ctredo che questo sia il “dovere” delle narrazioni di oggi e della Giornata della Memoria oggi. Che, cioè, le persecuzioni, qualunque esse sia, dalla più “piccola” alla più “grande”(sempre che ci sia un ordine di grandezza), da quella che incontriamo nel quotidiano del nostro ridotto a quella che leggiamo dall’altra parte del mondo.

Non è così semplice nel mondo di oggi, ammantato di politica e di contrapposizione sui social, di tanti estremismi che però non sono così netti nella condanna di certe aberrazioni, ma che trovano sempre un “ma” e un “però”. Nascondendosi, ahimè, quando nell’ironia, quando nella libertà di opinione (come se il negazionismo potesse giocare a nascondino), quando nei tag dei social.

Ma leggere e documentarsi, semplicemente visitare certi luoghi, è sempre troppo difficile.

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Palio: serve una spinta, serve ora

Prendo spunto da un post che ho letto sui social.

Il 16 gennaio 1808 iniziarono i lavori per l’istallazione intorno alla Piazza del Campo di 71 colonnini, oltre ad altri 19 allineati di fronte al Palazzo Pubblico. I colonnini che circondano la piazza avevano lo scopo di sorreggere le catene di ferro che servivano anche per contenere gli spettatori durante le corse del Palio, mentre quelli di fronte al palazzo Pubblico, separavano il passaggio dei pedoni all’uscita dal Teatro dei Rinnuovati, dal movimento delle carrozze. Come pochi forse sanno, quattro colonnini furono posti anche davanti all’ingresso della Cappella, provocando un’ulteriore strettoia al passaggio dei cavalli durante la corsa del Palio. Nel 1868, quando la Fonte Gaia scolpita da Jacopo della Quercia venne sostituita con la copia realizzata da Tito Sarrocchi, anche i colonnini furono rimpiazzati dagli attuali, eseguiti su disegno dell’architetto Giuseppe Partini. E’ ormai tradizione radicata, che nel corso del Palio, la distanza fra i colonnini venga usato come unità di misura per indicare i distacchi fra i cavalli.

E’ solo uno dei (tanti) esempi di come Siena e il Palio (ce ne sono in questo contesto anche più calzanti) abbiano avuto la capacità di cambiare, per certi versi adattarsi alle evoluzioni della società. Sono fermamente convinto che questa capacità “plastica” di modellarsi sia stata fondamentale per la conservazione di quei valori fondanti del “rito” (a me non piace mai parlare di Festa, pur con la lettera maiuscola) che viviamo sotto la nostra pelle.

Per questo (e molto altro) credo sia indispnesabile, ora, una spinta per correre nel 2022. Nessuno, compreso il sottoscritto, vuole modificare abitudini e sopracitai valori che si racchiudono dentro l’accezione “di popolo” dei quattro (otto, ma forse anche di più…) giorni di Palio. Nessuno pensa a un Palio “imbavagliato”. Ci sono, però, dei movimenti che si possono fare: agire dentro alcuni “paletti” fermi. E questo senza timore che poi non si torni più indietro.

Per tutto questo (ultimo aspetto compreso), però, a parer mio ci vorrebbe una spinta. Vera. Dal basso. Di tali “paletti” si può, anzi, si deve ragionare. Tutti assieme. Nelle assemblee (virtuali o meno) o in società. Nei discorsi fra contradaioli. Al di là delf atto che poi le decisioni, immancabilmente, arriveranno dall’alto. Una convizione profonda da parte delle Contrade, non voglio scomodare la parola orgoglio e di quella “senesità” ho spesso timore. Il Palio si modifica, si modella, perfino si adatta. Che non significa trasformarsi. E’ stato così nella storia, sarà sempre così anche in futuro. A partire dal presente.

Ragioniamone. Senza pre-giudizi da “senesoni” e senza slogan, quelli sì, anti storici. Anche perché spesso sento dire “si fa come ci pare”. Bene, facciamolo.

Interessante in questo contesto il contributo del sito La Voce del Palio. (qui).

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