Senza Padroni

“Abbiamo fatto un cammino, un percorso, un viaggio pensando allo scenario di Piazza del Campo come un grande teatro dove vanno in scena i drammi, le vittorie, le sconfitte, le passioni della nostra vita e della nostra storia, accostando il nostro messaggio a quello del Drappellone, dei quattro giorni di Palio, ma non solo. In poche parole: alla Giraffa.
Il Drappellone di Laura Brocchi è equilibrio ed è senso della vita: il bene e il male, l’eterno confine che si mescola e si appaia; la donna e l’uomo, lo splendido insieme dell’universo; la gioia e la sofferenza, che si estrinsecano nelle due maschere della commedia dell’arte, ma che sono le componenti della quotidianità. Perché è nella storia e in particolare in quella giraffina, la capacità di rinascere dalle lacrime e tramutarle in pianti di gioia; di crescere attraverso il superamento degli ostacoli, in una sorta di karma interiore e di comunità. Un po’ come il teatro è certo finzione, ma anche descrizione della realtà. Purtroppo nei mesi e negli anni che sono passati abbiamo avuto lacrime da versare. Ma come spesso ci accade abbiamo saputo tramutare queste lacrime di sofferenza in lacrime di gioia. E le lacrime di gioia sono un privilegio. Che però si conquista, giorno dopo giorno e passo dopo passo. E’ un sogno, è un traguardo, splendido e faticoso, sperato e voluto, cercato e ottenuto. Descrivere quel turbinio di sensazioni che quotidianamente ti attraversano il cervello, passano per il cuore e ti scuotono, ti esaltano, ti immergono in un bagno di adrenalina continuo.
Questo nostro volume, questo viaggio, questo sogno, è di tutta la Giraffa: per questo lo abbiamo dedicato ai giraffini di ieri, di oggi e di domani. E’ un viaggio nella nostra storia e nel nostro futuro. E per questo è stato, è e sarà….Senza Padroni”. 
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Alla mercè (e un ps)

Neanche il tempo di accennare all’iniziativa (questa) che già si è attivato un certo tipo di “dibattito” (si fa per dire) sui social. Nutro sempre profondo rispetto per le decisioni di una Contrada (che, lo ricordo, ha un Priore e un popolo). Prima di parlare di “mercificazione”, in ogni caso, andrei cauto. Prima cosa, come sottolinea “La Martinella” (leggi qui) di merce in giro, in tutti i sensi (e senesi..), ce n’è perfino troppa. Un esempio a caso? I fazzoletti: qualche anno fa si distinguevano bene quelli “della bancarella” e quelli dei contradaioli battezzati. Poi l’intervento (giusto nella filosofia) del Consorzio per la Tutela del Palio li ha di fatto “parificati”. Vogliamo parlare delle cover per gli smartphone, dei piatti, di tutta una serie di oggettistica, qualcuna di gusto più che dubbio? Oppure, volando più in alto, di tutti gli aspetti legati a cene e a manifestazioni? In generale sono per “governare” i processi di innovazione, prima di respingerli a pie’ pari, in una sorta di anacronistica (oltre che impossibile) autarchia. Perchè, nonostante tutto, Siena è comunque immersa in un contesto sociale; e, nonostante tutto e senza filosofeggiamenti nostalgici (del tipo “si lasciava la chiave nella porta”) ha saputo nel tempo adeguarsi (non mi venite a dire che il Palio di cento anni fa era meglio o peggio; era diverso, semplicemente). E per “governare” tali processi l’unico luogo “virtuale” è quello del dibattito culturale; l’unico luogo reale è lo spazio delle assemblee, dei locali delle Società. Ancora una volta, per questo tipo di discussioni, meno web e più Contrada.

Mi permetto di copiare e incollare il post di Facebook Michele Masotti, perchè lo slogan “Meno facebook, più Contrada”, per chi non lo avesse ancora capito, non vuol dire censurare un utile strumento di comunicazione, ma saperlo utilizzare consapevolmente.

“Infuria, e doverosa!, la polemica senese per uno dei tanti eventi contradaioli di dubbio gusto; e che intaccherebbe la sacralità del Palio, la continua perdita dei “nostri valori”, la mercificazione del rito e delle contrade. Verissimo, bel problema! Ora, però, le strade sono tre, a mio avviso.
– Negare il problema o dire cinicamente “il mondo va così, e prima era peggio” (un discreto approccio liberale).
– La visione del male “antropologico”, che vorrebbe i senesi di oggi indegni eredi di quelli di Provenzano (loro sì pieni di valori!). Dunque una risposta repressiva contro le “cattive abitudini” (un approccio identitario-conservatore)
– Un approccio infine critico-radicale (di infima minoranza) che prova a cercare piuttosto nel contesto sociale l’origine del problema. Ci provo? Vai!
Nella società dove tutto è merce, non per stregoneria ma perché ciò che la sostiene è lo sfruttamento (non con la frusta) della sua merce principe che porta profitto (la forza lavoro); nella società dove la ricerca appunto del massimo profitto da ogni magagna sociale è la priorità (non per cattiveria umana!), forse i “valori”, i riti, le tradizioni possono sfuggire a questo bisogno di codice a barre? Viene mercificato un figlio (non che nelle società pre-industriali gli si portasse rispetto, anzi!), pensiamo dunque che, se tutto si reifica, si possano impedire pacchetti per i turisti? (“Vieni! Una sola notte e vedrai i folkloristici contradaioli usciti dal medioevo!”) Si potrà forse impedire che il simbolo d’appartenenza diventi gadget se serve, che so, per vincere il Palio? O che la Titolare non sia Discoteca? O che si possa ridare “il Palio in mano alle contrade” (questa va per la maggiore) L’idea di poter mettere le braghe alla valorizzazione mi pare fallisca sempre (è la storia delle tragedie del ‘900). Con le chiacchiere moraliste e i piagnistei del “prima era meglio” non si va da nessuna parte. La “salvezza” de “l’umano” (e del senese, del contradaiolo) non si trova in fiammate etiche e repressioni. La prassi sociale odierna va difatti dove la porta il profitto, dalla Svezia al Bangladesh a Via dei Pispini, non il cuore o la chiarina.

Concludo, politcamente:
Lo “sfruttamento” delle menti e dei corpi (delle donne, degli uomini, degli operai, degli intellettuali, degli adulti, dei bambini, dei senesoni spaesati) in vista del profitto su tutto, va combattuto creando solidarietà fra i dominati, accrescendone forza politica e coscienza e rovesciando la prassi sociale in vista di altri rapporti sociali (vasto programma, nevvero? ma d’altronde è il mio): non certo facendo affidamento al buon cuore della classe dominante (in questo piccolo caso i priori, il sindaco il vescovo ecc, che tra l’altro sono impotenti quanto noi) o tirando in ballo una generica “civiltà” (di Montaperti?) che esiste solo nei buoni di spirito. Nel mentre ovviamente vanno combattute le battaglie immediate (se si aspetta “la rivoluzione” campa cavallo…), ben sapendo però che sono battaglie di retroguardia. E che alla lunga si cede”.

Ps: il blog in questi giorni latiterà un po’ a causa dei festeggiamenti vari. In Contrada, per l’appunto.

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Il rutto (e due ps)

Leggere Gramellini stamani (la Cultura del rutto) mi ha fatto venire alla mente certe polemiche sull’uso della Piazza del Campo negli ultimi dieci anni. Naturalmente (e per fortuna) nessuno qui ci ha propinato una gara di “burp” come avverrà a Torino: e che non si dica che pure quella è “cultura” perchè a tutto c’è un limite, benchè capisca che se in campagna elettorale si stimola il mal di pancia, poi il rutto non può essere una diretta conseguenza. Il problema sta sempre nell’equilibrio, perchè chi spesso contesta musica e iniziative in Piazza a Siena è il medesimo che poi si lamenta che “asienanoncemaigniente”; di contro la bellezza del Campo va comunque tutelata, senza un uso spasmodico e consapevoli che ci sono altri spazi (Fortezza Medicea per esempio), magari non altrettanto belli, ma comunque da valorizzare. La cosa insopportabile, come per altre situazioni, è che ci avviciniamo sempre più alle elezioni e in campagna elettorale scordiamoci ragionamenti equilibrati e proposte concrete. Lì si che ci sarà una bella gara di rutti.

Ps uno: sulla sicurezza e sulla percezione da leggere quello che scrive “La Martinella” (leggi qui).

Ps due: domani, ore 18,30 nella Sala delle Vittorie, presentiamo il Numero Unico della Giraffa per la Vittoria riportata sul Campo il 2 luglio scorso. Vi aspetto.

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Mi ricordo che…

Mi ricordo che…non è una delle rubriche sul Palio, non è una reminescenza nostalgica, ma una mera e semplice fotografia dell’attuale. Penso a tutti coloro che si sperticavano in salamelecchi; che agognavano un caffè o anche solo un saluto per il Corso; che si alzavano dal tavolino a cena e facevano la fila per stringere la mano. Per non parlare di quelli che hanno chiesto, in lacrime, un po’ di spazio nell’agenda; o di quelli che hanno chiesto genuflessi e genuflessi hanno ottenuto. Adesso scorri Facebook, leggi qualche social o qualche sito web e trasecoli, nel vedere le medesime facce che scuotono le coscienze vergando epiteti, in una sorta di nemesi liberatrice: da schiavi che (non) erano, agognavano forse il ruolo di kapò; adesso pensano di avere spezzato le catene e di potersi librare nel cielo del Giudizio Universale, non capendo che la memoria è scritta nella storia.

Questa persona ha sbagliato, questa persona è giusto che paghi. Ci sono processi in corso, uno dei quali è al secondo grado. E’ più che legittimo procedere con il giudizio politico, senza mal di pancia, con un’analisi che non guardi attraverso una lente monocolore, sia essa rossa o nera o verde. E’ perfino legittimo, nei limiti del civile, sperticarsi in un giudizio morale sulle opportunità che qualche comportamento ha di fatto sottratto alla città e alle generazioni attuali e future.

Chi ha avuto, chi ha chiesto, chi ha ottenuto si astenga tuttavia non da questi giudizi, che sono facoltà democratica, esalata (o esaltata) dai social network. Che ci risparmi però i cori da ultras con fumogeno e tamburo battente: i segni sulle ginocchia, frutto di preghiere e genuflessioni, si vedono e si ricordano. Perchè c’è anche chi si ricorda, lo ricordo. E chi vuol capire, capisca.

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Una vecchia questione sui “giovani”

Un post su Facebook di Daniele Magrini (che riporto qui sotto e che ha spunti senz’altro interessanti) riaccende una questione che questo blog ha affrontato anche recentemente e a più riprese. Il concetto da me espresso è abbastanza chiaro. A me piacerebbe vedere coetanei scendere in campo per una campagna elettorale a Siena frizzante, dinamica, moderna e, soprattutto, ricca di idee e proposte. Sarebbe – anche professionalmente – interessantissimo, pure a fronte di premesse che attualmente ci fanno pensare a dibattiti vacui, ricchi di tante accuse e poche proposte. Di più: mi piacerebbe vedere addirittura quarantenni o giù di lì al governo della città, perchè sono convinto che la mia generazione, schiacciata da una parte da una che non molla neppure di un centimetro i privilegi conquistati (a volte con merito, a volte no) e dall’altra da quella dei più giovani che si accontentano di mezzo tozzo di pane pur di entrare nel “mondo del lavoro”, abbia sgomitato e lottato (e continui a farlo), sviluppando quotidianamente nuove idee per campare. Non è una questione di conflitto generazionale: sono altresì convinto che le generazioni sopra la mia abbiano ancora qualcosa da dare, ma magari facendo un passo indietro e “controllando” più che “decidendo”. Il problema principale è uno, anche questo molto chiaro: alle prese con mutui, quando non affitti, precariato, partite Iva, contratti a termine e quant’altro, in pochi (se non nessuno) hanno voglia di stare dietro alla politica, soprattutto a quella attuale in cui anche quando vinci hai ben poco da esultare. E se perdi, ha gettato al vento tipo sei mesi di stipendio prima e una mezza possibilità di “carriera” dopo.

Il post di Daniele Magrini: “Quarantenni o giù di lì: i grandi assenti dal tentativo di cambiarla davvero Siena. Vero che molti sono stati miracolati dai potenti negli anni della Siena da bere, che li hanno fatti assumere nelle ben note aziende compiacenti, stilando apposite liste: questo sì, questa no. Vero che invece, chi dei benefici del cerchio magico non ha usufruito, ha a che fare con precariato spinto e partite Iva che non tornano. E poi c’è anche chi da solo, per meriti propri, ce l’ha fatta. Ma in tutti e tre i casi avreste motivo per incazzarvi. Per fare piazza pulita e per amore di Siena. E invece, magari, borbotterete che i nomi in lizza sono sempre i soliti. Oppure qualcuno di voi finirà pure per entrare in qualche lista, per portare i voti dei vostri coetanei in dote all’aspirante sindaco del caso. Ma senza spirito di rivoluzione, senza spinta di un sano protagonismo alla Barbicone. Insomma, bene che vada sarete comparse, pronti a essere fedeli al vincitore, come quelli di prima. Male che vada, invece, quando si voterà andrete al mare, bofonchiando che “tanto sono tutti uguali”.

Uno dei commenti più interessanti – naturalmente a parere mio – è quello di Antonio Managenelli: “Ci sono molte verità in quello che dice, cosí come molti aspetti da considerare. Un primo aspetto é che il ruolo dei “quarantenni o giù di lì” a siena credo sia molto simile al resto dell’italia. ovvero non sono assenti ma sempre, o molto spesso, son stati tenuti “giú”. In Italia, solo qua, i quarantenni son considerati giovani e devono stare al loro posto ed aspettare (chissà cosa) indipendentemente dalle loro qualità. Per uscire da questo si deve, in qualche modo, rompere i circuiti e le dinamiche socio-lavorative prevalenti. Ci son modi diversi, ma tutti sono in qualche modo di “rottura”. non tutti sono capaci di farlo o di accettare i rischi che comporta. Specificatamente su Siena: il problema ulteriore, molto rilevante, é che si chiede ai quarantenni questa rottura, che da un lato puó essere piú agevole data la “crisi” della città, ma il compito poi é molto piú difficile. Perché una persona che ce l’ha fatta per meriti suoi, come lei dice, fovrebbe voler lasciare il percorso faticosamente costruotosi, cercare una rottura, per poi cimentarsi in un compito difficilissimo assumendosene costi e rischi quando chi lo ha estromesso in precedenza ne ha goduto i beni e benefici? Le risposte secondo me sono due: o questa persona non ha veramente alternative migliori (che in genere, e sottolineo in genere, la motivazione principale che produce disastri) ma forse allora non é la persona che puó affrontare la crisi; oppure per un attaccamento ed amore viscirale per la città e per il suo bene pubblico. E qui secondo me rientra la specificità di Siena: penso che in pochi altri luoghi si possano trovare persone disposte a questo. A Siena credo sia possibile. E penso che questi, e mi ci includo, siano molto incazzati. Tuttavia qui secondo me hanno un ruolo importantissimo i “cinquantacinauenni o giú di lí” che vogliono il bene della città, ed è secondo me quello di indirizzare e coinvolgere queste incazzature”.

Tralascio la trascrizione di chi ha commentato la riflessione di Daniele Magrini dall’alto (o dal basso) di una vita in politica o immerso nei privilegi di cui sopra. Così, semplicemente.

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E’ il congresso, bellezza

Movimenti, movimenti, movimenti. Non appare per niente ferma la situazione politica senese, in vista della “grande” (si fa per dire) campagna elettorale per le comunali. Scatti e contro-scatti, posizionamenti e (ri)posizionamenti. Inutile negare che si attendono anche le mosse del Partito Democratico: non sarà magari il riferimento assoluto come prima, ma certo è ancora forza in grado di muovere tanti elettori e in una situazione caotica si parla sempre di percentuali importanti. Nel 2013 Valentini conquistò la vittoria con dodicimila voti (al ballottaggio), il Pd ne prese seimila (al primo turno), anche se dovessero dimezzarsi sarebbero sempre tanti. Per cui, al di là delle dichiarazioni più o meno ufficiali e dei commenti sui social, da quella parte comunque si guarda sempre. In questo contesto il passaggio del congresso (provinciale e comunale) sarà importante, forse fondamentale per capire quali passi poi fare per il candidato, a partire dalla conferma di Valentini. Riusciranno i Dem a trovare un segretario (anzi, due, anche se per il provinciale i giochi appaiono meno complicati) capace di “fare sintesi” o comunque di “accontentare” la stragrande maggioranza degli aventi diritto al voto? In molti dicono che il Pd assomigli alla vecchia Democrazia Cristiana, divisa e lacerata dalle correnti, ma poi capace, per l’appunto, di mettersi al tavolino e “fare sintesi”. Sarà così? E’ il congresso, bellezza.

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Dalla parrucca al maquillage (e due ps)

Ho letto con grande interesse l’intervista ad Antonio Di Pietro (il resoconto di una trasmissione teelvisiva che trovate qui) perchè, a distanza di anni, fa riflettere su quella fase storica, “Tangentopoli”, rinverdita nella memoria anche da alcune fiction recenti di Sky, “1992” e “1993” a pare mio ben fatte. Intendiamoci: non rinnego le contestazioni di quelli anni, la rabbia di noi allora studenti delle superiori, la protesta anche molto dura nei confronti di una classe politica corrotta. Certo, però, c’è di che riflettere su metodi, su cause, sugli effetti immediati. Di più: fa riflettere sulle conseguenze che quella fase ha avuto poi sulla storia – politica e non – dell’Italia, su quale classe politica abbia poi sostituito quella della Prima Repubblica: si è forse passati, infatti, dai parrucconi al maquillage. Non solo. Perchè la citata “politica della paura” ha molte affinità con l’attualità, sia a Siena che in Italia. Attenzione: non sto contrapponendo al populismo un populismo di segno contrario, bensì la necessità, semrpe più rpegnante, di avere idee, proposte concrete. “La colpa – dice Di Pietro – non la do all’inchiesta, la do a una mancanza di idee politiche”. Ed ancora “Chi realizza successo sull’urlo ha un successo effimero”. Non ci trovate tante affinità con quello che sta accadendo a Siena e che, ahimè, temo accada nella prossima campagna elettorale? C’è di che meditare.

Ps uno: attendo qualche “reazione” al post di ieri, ma al momento niente. Calma piatta. Non è una novità.

Ps due: gran successo della “Mostra Salini” che, come ha scritto Daniele Magrini, sarebbe utile prorogare. Ci avviciniamo alla mostra su Lorenzetti, che “rischia” di essere un grande boom. Settimana prossima, inoltre, Siena ospiterà il Wte, il Salone mondiale del turismo dei siti Unesco. Quando c’è qualcosa di positivo bisogna dirlo.

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