Nemmeno un filo d’erba

Una delle cose che più mi colpì nella mia “visita” (difficile definirla così) al campo di Birkenau- Auschwitz fu la totale assenza di erba in tutta la zona. E non dipendeva dal freddo. Lo so, è un particolare. Un piccolo particolare.

La dimostrazione, almeno per me, dell’assenza di vita. Della totale assenza di vita, in un luogo che è stato di morte, di sofferenza.

Spesso, in questa giornata, si cade nella retorica o nella melassa. Nonostante questo “ricorrenze” (anche su questo termine ho qualche dubbio) sono utili. Perché a ottanta anni dagli eventi si rischia di perderla quella memoria, di incappare in pericolosi revisionismi.

Nemmeno un filo d’erba. Il segnale, forse, che anche la natura si è piegata alla morte, come mai avviene. Il segnale di come anche la terra, calpestata dalla sofferenza, si è rifiutata di risorgere, costretta a testimoniare la violenza inaudita.

Il mio consiglio, come ogni anno, è di fare quel viaggio. Di spendere del tempo per vederli quei luoghi. Per toccare con mano quella assenza di vita.

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Sulle file e sugli idioti, freddo compreso

Passano gli anni e penso si acuiscano difetti, financo paranoie. Oppure, semplicemente, la soglia della tolleranza si abbassa, almeno per alcune cose. Mentre per altre è l’esperienza o riuscire dare priorità agli aspetti veramente importanti (anche di fronte alle drammaticità quotidiane) che la fa alzare.

Di certo ho notato che negli ultimi tempi, se ho imparato a smussare alcuni angoli spigolosissimi del mio caratteraccio, Altri, invece, si sono per l’appunto acuiti.

Come gli “anzianotti” che si rispettano, il freddo. Già mal sopportato da giovane, specie quando giocavo a calcio (preferivo di gran lunga la pioggia), negli ultimi tempi non riesco proprio a trattenermi dalle smorfie vagamente rugose quando la temperatura si abbassa.

Sono altre però, le vere spigolosità. Una: le file. Proprio non sopporto la perdita di tempo da affrontare quando si attende, uno dietro l’altro, qualcosa. Qualsiasi cosa, s’intende. Stare a guardare il cielo, le nuvole, l’orologio, in attesa di fare un metro o due. E’ una cosa che proprio non riesce a entrarmi nella testa, salvo poi, ovviamente, perdere tempo in qualsiasi altro cazzeggio della vita.

L’apice dell’insuccesso sociale, però, è per me l’idiozia. In tutte le sue forme, meno che, forse, quella perfino bonaria espressa da Dostoevskij. Non riuscire a comprendere l’ovvietà, la logicità, perfino la semplicità di un discorso, di un’idea, di una proposta. E’ una cosa che non riesco a sopportare, che (ancora) mi fa partire l’embolo caratteriale che ancora non ho smussato, anzi che forse ho aumentato nel tempo.

Forse e soprattutto quando ritengo l’ovvietà una cosa talmente palese, per l’appunto, che sia impossibile non comprenderla. O, almeno, provare a analizzarla. L’idiozia la definisco così: non arrivarci. Nemmeno vicino, ecco.

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Culturale (o sospensione di’ ricreativo)

Dopo un po’ di tempo per questioni varie, sono tornato a passare una domenica “culturale” (sconiosciute, ahimè, fino a qualche mese fa per impegni lavorativi) in alcuni spazi cittadini della città di Siena. Non sono né un critico né un esperto d’arte, quindi possono solo narrare sensazioni e raccontare piccole-grandi esperienze.

La prima è quella del Buongoverno. Ho avuto la fortuna di poter salire sui “soppalchi” predisposti per la ripulitura dell’Allegoria di Ambrogio Lorenzetti (“Guardami negli occhi”) e non scopro niente se dico che questa straordinaria opportunità penso mi rimarrà in testa per tanto tempo.

Mi sono state svelate tante piccole particolarità del ciclo che, ignorantemente, non conoscevo; ma al di là di quello che si può comunque riuscire a studiare sui libri, resta il fascino di qualcosa che puoi quasi toccare con mano e quasi mangiare con gli occhi. Senza contare quei piccoli particolari che senza uno sguardo ravvicinato non riusciresti a cogliere e che lo stesso artista, probabilmente, si è divertito a nascondere nelle sue pennellate, come ad esempio quel drappo che cela i tessuti nella bottega del venditore di lana, in cui solo da quella distanza si scorge la cucitura.

Insomma, sensazioni incredibili, in una vista mai banale e perfino sorprendente.

Seconda parte dedicata al Santa Maria della Scala, con la mostra di Marco Lodola dal titolo “Dame, cavalieri e nobili destrieri e Vivian Maier con “Vivian Maier, The Self-Portrait and its Double”.

Anche in questo caso posso sinceramente dire poco dal punto di vista artistico, sarebbe estremamente limitante per chi legge e anche per chi scrive. Ho colto quel pizzico di follia di enmtrambe gli artisti, pur in generi così differenti e in spazi altrettanto diversi. Quando entro dentro al Santa Maria (e non da adesso) ho sempre la sensazione di fare un ingresso in un mondo incredibile, in cui passato, presente e futuro si fondono in storie diverse eppure così uguali.

Unica chiosa che posso fare: il recupero dello spazio dei Magazzini della Corticella. da vedere assolutamente, anche vuoti.

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Parte di una piccola-grande storia

Il “Corriere di Siena” (se preferite “Corriere dell’Umbria”) ha cambiato proprietà e direzione. Nell’edizione dello scorso 2 gennaio, quella in cui viene annunciato il cambiamento storico, potrete leggere la storia di questo giornale fin dalla metà degli anni Ottanta, con tutte le sue sfaccettature e le pagine dei suoi tanti racconti.

Nel lontano 1995, dopo le primissime esperienze giornalistiche al settimanale “Il Giovedì” (ricordo ancora il primo articolo che Stefano Bisi mi “commissionò” sulla nuova moda del noleggio dei cellulari – sembra passato davvero un secolo), mi affacciai umilmente nella redazione del nasciuturo “Corriere di Siena”: ero appena iscritto all’Università, ero un ragazzo anche timido e timoroso, con già però amore e passione. Come ho scritto tante volte c’è qualcuno che da bambino sogna di fare il calciatore o il pompiere, io sognavo di scrivere, di fare il giornalista. Ed entrare in quel sogno per me era già moltissimo.

Ricordo ancora i quadernoni che racchiudevano i font e i menabò delle pagine (a parlarne adesso sembra di sfogliare un trattato di archeologia) e da lì cominciò il mio percorso giornalistico, fra alti e bassi, fra lezioni di vita e di professione. Ho conosciuto tantissimi professionisti (il primo fra tutti l’ho appena citato) e tantissimi maestri, ha scritto tantissimo, sono riuscito a fare qualche articolo di valore (non mi azzardo a dire “scoop”, sono gli altri – i lettori, in particolare – a doverlo dire), sono inciampato in qualche errore (quelli sì che ci sono stati) e qualche “buco” (leggasi: notizia data dalla concorrenza e non da me).

Non sto qui a ripercorrere tutte le tappe di questo percorso lungo, sarebbe troppo autocelebrativo. Dico solo che dal 1995 al 2021 ho fatto parte di quella storia, ufficialmente da collaboratore. Chi quella storia la conosce da vicino, sa di certo che definire me (e tanti altri, qualcuno ahimè non citato nell’articolo che pubblico) semplice “collaboratore” è quantomeno riduttivo, con tutti i miei e nostri difetti.

Una piccola (mia), ma grande (quella del “Corriere”) storia. Di cui resto orgoglioso.

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Difendere la professione

Prendo spunto dall’ottimo blog del collega Stefano Tesi (qui), da sempre attento osservatore delle questioni relative alla professione, molto più puntuale del sottoscritto anche su aspetti non particolarmente semplici da decifrare.

Di fatto l’Ordine dei Giornalisti ha varato una nuova mini riforma per l’accesso alla professione (leggi qui). Come sottolinea Tesi, però, il problema non è tanto (o non solo) una riforma, più o meno “mini” che sia. Il problema è sempre il solito: garantire l’accesso alla professione a chi la professione la fa per davvero.

Il giornalismo è cambiato nei secoli e negli anni, ma, alla fine, come da miei studi universitari, non è mai (per ora) sparito. perché? Perché della figura del “mediatore”, di colui che racconta, che trasla un fatto in una notizia c’è sempre bisogno. Anche (o forse più) in un’epoca in cui siamo bombardati di notizie.

Il nodo da sciogliere è come lo fa, più che chi, quando. Seguendo cioè quelle regole condivise di dentologia ed etica che ci sono e sono “buone”. Un po’ come la politica: non è il problema della “politica”, ma della “malapolitica”: così il giornalismo. Blogger, youtuber e quant’altro che nascono adesso non sono la criticità. Il problema è la definizione di giornalista, di chi lo fa per professione e quindi deve essere obbligato a seguire precise regole: che,attenzione, non sono norme imbavaglianti e non tutelano solo e soltanto lo stesso giornalista, ma tutelano chi legge-guarda-ascolta. Se leggo-guardo-ascolto una persona che fa questo di mestiere ho una (perlomeno parziale) garanzia che rispetti la verità dei fatti.

Un po’ come avviene per altre professioni: non si va da un conoscente per farsi seguire in tribunale, si va da un avvocato. Non si va da un amico per un’operazione al cuore, si va da un cardiochirurgo. E più le cose si complicano, più si va dai proffesionisti.

Ecco, io credo che l’Ordine dei Giornalisti dovrebbe essere maggiormente impegnato su questo aspetto: difendere la professione, difendere la professionalità. Nei modi più incisivi possibili. Aprire l’Albo dei professionisti in maniera troppo generica, per poi non avere la capacità di effettuare un reale controllo su chi fa cosa a cosa potrà portare, se non a una definizione troppo ampia della professione e quindi a una sua (progressiva) sparizione?

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Combattente, con amore

Ci portiamo e mi porto dietro altri dodici mesi, complessi, particolari, affascinanti e duri. In fondo è solo un diario che si chiude e un altro che si riapre.

Fisicamente non è andata benissimo, per me, ma soprattutto per qualche persona cara. Tutto superabile, di mancherebbe, ma poteva decisamente andare meglio. Non importa. E’ stata comunque una lotta. Affrontata.

Di certo ho imparato come la felicità sia qualcosa che si conquista giorno dopo giorno, anche dopo averla raggiunta. Una continua lotta, faticosa, ma perfino affascinante. Fatta di ostacoli, di errori (anche tanti, nel mio caso), di (ri)conquiste, di gioia sfrenata e di passione. Di amore. L’ho raggiunta. Conservata. Persa. Ripresa.

Sono combattente. E questo, pur con le ventiquattro personalità, a volte anche in conflitto fra loro (come il personaggio di Split), è quello che ho imparato. Ancora una volta, anche (e soprattutto) grazie a chi mi sta accanto tutti i santi giorni.

Inciampi, certo. Periodi neri, financo depressi. Quando mi rialzo, però, sono davvero io. Quando tiro fuori i denti. Con rabbia, anche, ma sempre con amore. Ed arriva lì la consapevolezza del combattente.

Non so cosa accadrà. So che il diario del prossimo anno ha un giorno cerchiato, un regalo scintillante. So che me lo dovrò conquistare, anche dopo.

So tante cose, anche di non saperne nessuna. Perché quel diario è sempre da scrivere, perché per vincere c’è sempre da combattere. E chi non lo fa, ha già perso.

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Mondiali, finalmente

Il così nominato “calcio moderno”, fatto (anche) di costruzione dal basso e quant’altro mi appassiona sempre meno. Forse anche perché, in passato, “costretto” a guardare una quantità innumerevole di partite di calcio, adesso osservo match di football molto di rado.

Quasi più mi appassiono alle partite di calcio dilettanti, quelle con poca tecnica e molto fango, anche perché, evidentemente, mi ricordano l’odore dello spogliatoio e dei terreni interrati di provincia, tutto vissuto in prima persona.

Ho guardicchiato qualche inizio di gare di questo Mondiale in Quatar. Sinceramente neanche “allontanato” per le pur giuste polemiche su diritti civili e commercializzazione e quant’altro (consapevole che anche in passato, su questo fronte, non si è brillato), ma proprio per disaffezione. E, in effetti, gran parte delle pur poche immagini che ho visto hanno confermato tutto.

Per cui ho deciso di evitare fino alle semifinali (causa anche malattia). Che qualcosina in più hanno fatto vedere, sinceramente.

Poi, la finale. Di quello che è successo avrete a disposizione digressioni tecniche a bizzeffe. Io mi limito a dire che, finalemente, abbiamo visto calcio. A tutto tondo, nel senso più puro del termine: quello in cui l’aspetto fisico, pur importante, non è preponderante sulla tecnica; quello in cui la tattica, pur importante, non annichilisce la classe.

Mi sono divertito. Basta e avanza.

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Vola Lello, vola

Pur non essendo della medesima generazione, avrei mille ricordi di Lello Ginanneschi. Molti legati alla Contrada, parecchi alla sfera lavorativa, visto che quando io muovevo i primi passi, lui c’era già, in quella sua veste poliedrica che, ricordo, comprendeva anche l’uso della grafica.

Dalle notti, lunghe, faticose e divertenti, in cui invece di andare in giro per la città ci mettevamo a fare i Numeri Unici della Giraffa ed ero davvero un bimbetto; a quella volta quando nella redazione del “Giovedì” in viale Toselli, insieme ad Alfio Corsi mettemmo insieme uno dei primi numeri del Biancorosso tutti fatti con il Pc, perché, prima, ricordavi “Bubi non voleva”. Alle giornate in redazione, quando ci allietava con le battute fulminanti e le prese in giro, i sorrisi.

Un episodio, però, in particolare, mi è tornato in mente in questo giorno triste. Piccolo. Piccolissimo. Quando con i miei amici, da veri bimbi o giù di lì, dei veri Gianburrasca in Contrada, non mancavamo di rompere le scatole a tutti. Comunque e dovunque; e non risultavamo proprio “simpaticissimi” a tutti. Lello con un po’ di giraffini aveva deciso di comprare un cavallo (altra sua passione), che si chiavama “Ortica Bianca”. Per prenderlo un po’ in giro intonammo un improbabile coro “Vola, Ortica Bianca volaaa”. Con il suo sorriso Lello si alzò dal tavolo e invece che mandarci sonoramente a quel paese, intonò con noi.

Sarò tutto, non sono ipocrita, ma coerente sì. Al momento della sua elezione da Priore abbiamo avuto qualche scambio, ma poi il confronto è stato sempre costruttivo e costante, fino a quando la malattia non lo ha portato via. Tanto è vero che, nel primo evento da Priore, non manco di abbracciarmi, davanti a tutti, come a dimostrare che non c’era niente di negativo.

C’è tanto dolore, adesso. Anche tanta, tanta rabbia. Ma dall’abbraccio voglio, devo, dobbiamo ripartire. Vola Lello, vola.

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Alle Badesse

I quindici (prima erano venti, da un po’ di tempo vista la latitanza sono diminuiti) seguaci di questo blog sanno ormai quanto quasi ossessivamente ribadisca il concetto negativo di “senesità”. Nelle sue varie accezioni (sempre negative) fra le quali quello della “caput mundi”, evidente reminiscenza di quando qui c’era (davvero) una banca che rendeva questo piccolo grande paesone di neanche 60mila (oggi, parecchi meno) abitanti una realtà importantissima.

Già “caput mundi”, forse, lo eravamo davvero. Un conto è (era) però pensare di essere al centro dell’universo come città, come festa (sempre che il Palio si possa definire così…) conosciuta dalle Alpi alle Ande. Un conto pensare che lo siano anche i senesi, tutti compresi e nessuno escluso.

Perché a volte percepisco come questa (presunta) capacità di Siena di essere non solo fra le più belle, ma anche fra le più importanti città mondiali, sia trasmessa per osmosi anche a tutti i senesi, nati o meno sulle lastre. I726 nel codice fiscale, uguale eccellentissimo. Mi dispiace deludervi, ma non è proprio (e sempre) così.

Come se l’avvocato, il notaio, il giornalista, l’operaio, il dottore, il pinco pallo nato a Siena debba per forza di cose essere migliore di quello di un’altra qualsiasi cittadina italiana. Se non migliore, sicuramente più stimato. Se non più stimato, sicuramente più conosciuto.

Dimenticando, per l’appunto, che eravamo, siamo e di più saremo, una città bella, splendida, magnifica. Non è detto, però, che per proprietà transitiva lo siano anche i suoi cittadini.

Perché, mi dispioace dircelo, già alle Badesse, se ci passiamo (perchè, si sa, oltrepassare le Mura è sempre periglioso), non sollevano striscioni e bandiere. Semplicemente, non sanno chi siamo.

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A proposito di Mostro (i)

Sono solo un “appassionato”, per quanto si possa usare un termine del genere in un argomento del genere, del mistero del “Mostro di Firenze”, così come vengono racchiusi i duplici omicidi fra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta a Firenze e dintorni.

Un po’ perché la vicenda mi ha lontanamente sfiorato, lambendo i miei ricordi di bambino, quando la sindrome da mostro imperversava (legittimamente, direi), anche dalle nostre parti. Un po’ per la mia “passione” (sempre fra virgolette) per il crime e per i giall, soprattutto italiani, che hanno a che fare con (purtroppo) la realtà.

Ho letto tutta una serie di libri sull’argomento, ho visto speciali e anche serie (ben fatta, secondo me, quella di Fox Crime) e ho quindi lambito tutte le teorie al riguardo: da quella dei “compagni di merende” (probabilmente la più famosa), passando per pista sarda, esoterismo, regia occulta, seria killer singolo e quant’altro.

Devo dire la verità, in questo, come in altri casi, guardo molto ai fatti, all’oggettività delle questioni, anche qualora si verifichino alcuni errori e/o piccole/grandi incongruenze. E’ difficile, in linea generale, che in un’inchiesta (oltretutto in un’inchiesta come questa, a distanza di tanti anni e con palesi errori in alcune ricostruzioni o nella raccolta di alcune prove) fili tutto liscio e tutto si incanali per il verso giusto: non ci sarebbero casi irrisolti, ca va sans dire.

Per questo, nel caso del “Mostro” propendo per le teorie espresse dal commissario Michele Giuttari, ben esplicate, peraltro, nel suo ultimo libro “I mostri di Firenze e il patto segreto”, edito da Morlacchi (casa che peraltro ha scelto di non fare grande distribuzione). A partire dal titolo si evince come Giuttari che, lo ricordo, ha condotto le indagini che hanno portato, seguendo le sentenze passate in giudicato, a scovare almeno parte degli assassini dei suplici omicidi, tracci la questione secondo la teoria della “cabina di regia”, ovvero di un manipolo di persone che costituirebbero il “secondo livello”, rispetto ai Pacciani, Vanni e Lotti, ovvero ai “compagni di merende” riconosciuti come autori degli ultimi delitti.

Quello che mi è piaciuto del libro è il riferimento a fatti, oggettivamente dimostrati e dimostrabili, riconoscibili in documenti, interrogatori, atti processuali, che spesso alla massa (o, forse, a chi non vuole conoscerli), rimangono abbastanza occultati o anche sommersi dalla matassa social che cuce tutta l’erba in un unico fascio. Ne leggo e ne sento di tutte i colori e alcune teorie sul caso, oltremodo affascinanti e anche interessanti, cadrebbero di fronte a tale prova provata.

Dunque i duplici omicidi sarebbero opera in parte dei suddetti “compagni” o comunque di un livello di manovalanza agli ordini di un secondo livello, aristocratico, superiore, dedito a riti di magia e festini.

Piccola opinione di “appassionato”, che però si basa su tale (e attenta) ricostruzione. Tornerò sull’argomento.

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