Movida e proibizionismo (e due ps)

Ci risiamo. La chiusura di un locale nel centro storico a Siena ha riaperto il “dibattito”, se di “dibattito” si può parlare. Provo a spiegarmi, come fatto altre volte. La premessa è la medesima: a me piacerebbe vedere il centro storico di Siena come le Ramblas di Barcellona, musica e locali; anche perchè io sto a San Prospero e non sarei toccato dalla “movida”. Se tutti ragioniamo così, però, non andiamo da nessuna parte. La seconda premessa è che vanno comprese le esigenze dei proprietari del locale (che peraltro il sottoscritto frequenta spesso), ma anche quelle di chi sta intorno. Il problema è che non si può avere una propria visione delle cose, ma ampliare la mente a trecentosessanta gradi. La cosa che più stona in tutto questo è la speculazione politica. Senza sapere quasi niente dell’argomento (comprese norme e regole, ma solo il “sentito dire” o, peggio, ciò che più ci aggrada, come sopra) si tira per la “giacchetta” un problema a seconda del proprio posizionamento; cioè si dà ragione adesso ai residenti, adesso ai commercianti, domani, magari, agli studenti, dopodomani ai lavoratori. Ed è preoccupante che questa navigazione ondeggiante possa arrivare da chi, per esempio, aspira ad amministrare la città. Su questo tema, forse più che su altri, ci vuole equilibrio: perchè, come ripeto ormai quasi allo sfinimento, sul centro storico di Siena (come di altre città simili) vertono più esigenze e spesso in contrasto con loro: studenti, esercenti, residenti, lavoratori ecc. Ed è il Comune – di concerto con altre istituzioni – che si deve prendere l’onere di tirale le fila; diventa difficile, però, parlarne se ogni volta che si chiude un locale si grida al “proibizionismo” e ogni volta che lo si tiene aperto si urla a “Siena come Scampia”.

Ps uno: ho trovato il candidato premier per il centrosinistra: è il Papa. (leggi qui)

Ps due: patentino per i social: da leggere con attenzione (qui).

 

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La domenica mattina: siamo sicuri?

Per la rubrica della domenica mattina parliamo di giornalismo e affini. Dopo Ventura, anche Tavecchio. Dichiarazioni pesanti alle “Iene” e, quindi, la sceta di rilasciare dichiarazioni alla trasmissione pseudo – giornalistica. La premessa è che, comunque, la notizia c’è e che quindi va fatto un plauso a chi l’ha ottenuta; ed è il medesimo discorso che ho fatto quando, per fare un esempio, Monteleone ha ottenuto la dichiarazione del procuratore Vitello sul caso David Rossi. Alcune riflessioni, però, vanno fatte. Come emerge da confronti anche con colleghi più “autorevoli” del sottoscritto, infatti, questo tipo di interviste, ottenute con insistenza e aggressività (e sono stato cauto), vanno oltre (ben oltre) gli equilibri fissati dalla deontologia; e oltre perfino alcune regole. Vi posso assicurare, per fare un piccolo esempio, che a nessuno dei colleghi – pur provvisti di tessera o ritenuti “autorevoli” – sarebbe stato dato il permesso di entarre in certe zone o in certi posti. Ho come l’impressione, dunque, che si porti avanti l’idea che basta mettersi una giacca nera (o una maschera, nel caso di certi “inviati” di “Striscia la notizia”) per superare barriere che invece vengono poste nei riguardi di chi, almeno teoricamente, questo mestiere lo fa seguendo certi crismi, regole, codici che dovrebbero avere rispetto per tutti: intervistati, cittadini (e il loro diritti ad essere informati). E soprattutto rispetto per la verità dei fatti, che è poi quello che conta di più. Siamo sicuri, insomma, che sia quella la giusta via che vogliamo intraprendere per conoscere davvero come siano andate le cose? Siamo sicuri che sia giusto, per il futuro e per qualsiasi fatto, utilizzare quel tipo di “giornalismo”? Non è una difesa della “casta” o dell’albo professionale, tutt’altro. Anche perchè vorrei capire, per gran parte di noi, quali siano i “privilegi” di questa casta. E’ più una riflessione che deve coinvolgere, necessariamente, il giornalismo e la società: chi vuole ben informare e chi vuole essere ben informato. E’ una difesa, semmai, di un giornalismo che c’è stato poco in Italia: “anglossassone”, libero, che separa i fatti dalle opinioni. E qui si apre la parentesi dell’autocritica, assolutamente necessaria. E’ chiaro ed è palese che da tale situazione si debba trarre una riflessione sulla professione: evidentemente, come ho avuto modo di scrivere altre volte, certe trasmisisoni e certo “giornalismo” vanno a colmare un vuoto lasciato proprio dal giornalismo “vero e proprio”. E’ una riflessione che deve coinvolgere tutti, Ordine compreso. Possibilmente, da subito. Sarebbe un argomento  per un bel dibattito. Anche a Siena.

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Non resta che capire (e tre ps)

A volte i discorsi da bar diventano prima sussurri, poi mezze verità, quindi certezze. Salvo poi essere clamorosamente smentiti, anche se per scardinare quella che è nel frattempo diventata una credenza popolare vicina alla leggenda diventa duro. In ogni caso provo ad attenermi ai fatti. In commissione parlamentare la Procura di Siena – la stessa che ha iniziato l’indagine, per ricordare ai più smemorati – ha smentito il sussurrio secondo il quale l’operazione Antonveneta sia stata orchestrata anche da ambienti massonici. A parte il fatto che bisognerebbe capire – quando se ne parla – cosa sia realmente e cosa si intenda per Massoneria, perchè ho l’impressione che si faccia – come in altre occasioni – di tutta l’erba un fascio e che si appiccichi l’etichetta di massone a chiunque faccia parte di una pseudo-organizzazione segreta. “I magistrati di Siena – si legge in quasi tutti i resoconti – escludono rapporti con la massoneria dei vertici del Monte, un tema che ritorna quasi sempre nelle vicende della banca e sottolineano come il groviglio fra politica, enti e istituzioni locali, la fondazione e la banca ci fosse ma non ha portato a “nulla di penalmente rilevante”. Niente “stecca”, dunque, come detto nei giorni scorsi; niente massoneria. Ora non resta che capire cosa “diavolo” sia successo per spingere Mps a comprare Antonveneta. Così, semplicemente.

Ps uno: ci ha lasciato Totò u’ Curtu Riina. Più che disperarmi per lui, mi dispero per quello che muore con lui.

Ps due: sul “Corriere di Siena” in questi giorni la nuova diatriba Fondazione Mps- enti territoriali, stavolta su Tls. Non resta che capire, anche qui.

Ps tre: alcune Contrade starebbero pensando a manifestazioni clamorose di protesta in vista dell’udienza (4 dicembre) per i 68 contradaioli denunciati (si parla di non partecipare alle celebrazioni di Sant’Ansano). Nel frattempo si sviluppa il dibattito sulla giustizia paliesca. Al di là di quello che sarà, importante che si parli, ci si confronti, si discuta. All’interno delle Contrade e non su Facebook, s’intende.

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Fra le pieghe della commissione su Mps (e tre ps)

Dunque è iniziato il lavoro su Monte dei Paschi  della commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, presieduta dal buon Casini. Dove arriverà non si sa, ma alcune cose forse si potranno chiarire meglio, fra le pieghe delle varie dichiarazioni. Intanto ieri i Pm di Milano Civardi e Baggio hanno messo alcuni puntini sulle “i”, anche se in qualche modo conosciuti. In sintesi hanno detto: “Antonventa operazione infelice; la gestione di Profumo e Viola non è comparabile con quella di Mussari e Vigni; non c’è traccia di ‘stecca’ nell’operazione Antonveneta; gli ex manager – in particolare Gianluca Baldassarri – agivano con scudo e offshore”. Sicuramente a qualcuno queste dichiarazioni non saranno piaciute e altri – come di consueto – grideranno a “toghe rosse” e roba del genere. In ogni caso, dando una lettura più complessiva, si evincono alcune cose interessanti. Per prima cosa che è vero che tracce della “tangente” (meglio definibile come “stecca”, come fanno i magistrati) “non è mai stata trovata”. Ma in realtà – si legge –  dopo che già la procura senese aveva indagato sul tema del prezzo di acquisto senza riscontrare prove, quando le indagini passarono a Milano nell’estate 2014, erano passati già 6 anni e dunque troppi per indagare sulla vicenda. “La corruzione tra privati – ha spiegato Civardi – rimane un reato a querela di parte e si prescrive in sei anni e nell’estate del 2014 non poteva essere un tema d’indagine”. Anche perchà, ancora secondo Civardi, “l’ipotesi di una stecca ci può stare” ma se era stata data nel 2008 erano già passati troppi anni. Secondo Civardi inoltre “il problema di trovare la tangente sottesa all’operazione non è cruciale perchè queste operazioni avevano già insita una cosa illecita e cioè l’occultamento delle perdite. Lo scambio di soldi ipotetico tra Ricci (Nomura) e Baldassarri (ex dirigente di Mps) non è così rilevante”. Sulla continuità di gestione fra Mussari-Vigni e Profumo-Viola, invece, si legge come “prima le operazioni erano nascoste nei bilanci della banca, era il massimo della fraudolenza. Nel momento in cui i nuovi manager fanno emergere in modo non usuale perdite nascoste per 700 milioni e poi sulla contabilizzazione in bilancio dell’operazione prendono posizione, che può essere censurabile, ma comunque aperta e chiara e dove le autorità di vigilanza nel marzo 2013 danno un giudizio di complessità documentale noi come possiamo fare un processo e dare delle condanne?”. Infine “la crisi del Monte non è da imputare alle operazioni sui derivati Alexandria e Santorini. Mps aveva una quantità di obbligazioni del nostro debito pubblico doppia rispetto alla media delle altre banche. E’ chiaro che quando scoppia un problema sul nostro debito sovrano nel 2010-2011 il Monte soffre maggiormente di altre banche. Anche gli Npl (i crediti in sofferenza, ndr) sono un capitolo molto importante della crisi. Ci sono, con ogni evidenza, cause strutturali e Alexandria e Santorini con le cause strutturali non c’entrano nulla”. C’è di che riflettere e approfondire, insomma.

Ps uno: il dibattito sulla giustizia paliesca – “stimolato” anche da alcuni articoli a mia firma (e non solo) sul “Corriere di Siena” – si sta sviluppando. Vorrei che fosse chiaro che non si tratta di “colpire” quelli che sono i “protagonisti” (con parti diverse) della vicenda della Carriera di Agosto o degli organi vari, bensì di aprire una riflessione più generale sulla giustizia paliesca stessa. Che spero parta, dopo tali spunti, internamente alle Contrade.

Ps due: “Le Iene” sono tornate ieri sul caso David Rossi, con un’intervista all’avvocato Luca Goracci che avrebbe fatto rivelazioni “clamorose”. Peccato che le stesse “rivelazioni” fossero state fatte prima a Repubblica con un articolo di Rizzo, poi dal sottoscritto con un articolo sul “Corriere di Siena” e da altri. E le mie non erano granchè, sinceramente, come “scoop”, anche perchè si parla di una fantomatica valigetta e un fantomatico personaggio aggredito con annesso sparo (mai sentito da nessuno). Sono sempre convintop che la verità si debba cercare in altro modo, pur tenendo i fari bene accesi. Così, semplicemente.

Ps tre: a proposito di “Iene” e di giornalismo. Facciamo una riflessione. Nella puntata di ieri una “Iena” ha inseguito il tecnico della nazionale Ventura, insistendo a più non posso con domande sulle sue dimissioni da mister. Tanto che, alla fine, lo stesso Ventura ha sibiliato un “Si, mi dimetto”. Poi subito è stata inviata smentita. Ho come l’impressione che quella ammissione sia stata solo una risposta per togliersi la “Iena” dalla scatole. E’ questo il giornalismo che vogliamo?

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Dove e quando?

Per lavoro stamani sono andato alla presentazione della candidatura a sindaco di Sergio Fucito, che correrà per Casapound a Siena. Prima volta che un’associazione di destra radicale si presenterà alle urne sotto la Torre del mangia. Lungi da me fare “endorsement” (cosa che peraltro non ho intenzione di fare per nessuno, tanto meno in una situazione politica – nazionale e locale – come quella che viviamo), ma alcuni spunti di riflessione sono da appuntare. Casapound e altri movimenti (più o meno apolitici, più o meno di destra, sinistra o centro) vanno ad inseririsi trattando di tematiche concrete: lavoro, giovani, povertà, raccolte alimentari, aiuti alle popolazioni terremotate, immigrazione. Dove è la sinistra in questi casi? Dove e quando la sinistra tratta di questi argomenti? Dove e quando la sinistra riesce a intercettare i bisogni concreti e quotidiani dei lavoratori, al di là del dibattito – certo legittimo – sulle grandi questioni nazionali e più o meno “filosofiche”? C’è un chiaro scollamento fra quello che è il tessuto sociale e le problematiche giornaliere che devono essere affrontate in un periodo di crisi economica (e sociale): senza demagogia e populismo, la politica e la sinistra devono tornare a parlare di questioni concrete, senza affidarsi alle grandi filosofie contemporanee e a valori che sono certo importanti, ma che poi vanno tradotti nel quotidiano. Non voglio prendere ad esempio il filosofo Diego Fusaro e le sue ultime dichirazioni che, dalla sinistra, lo avvicinano certo alla destra. Tuttavia alcune  le riflessioni vanno fatte: le alternative sono la cerscita di certi movimenti o la crescita dell’astensionismo. Molto più semplice di quanto si pensi. Scegliete voi.

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Fiato sospeso

Mentre l’Italia è con il fiato sospeso (pensa te) per le sorti della Nazionale di calcio, a Siena ci coccoliamo l’ennesimo successo del buon Matteo Betti, che torna dai Mondiali di scherma paralimpici a Roma con il titolo di vicecampione di fioretto e di campione a squadre. Elencare i successi di questo virgulto senese è quanto mai complicato, perchè sono almeno dieci anni che macina medaglie in tutto il mondo, compreso anche un Bronzo alle paralimpiadi di Londra. Fa sinceramente sorridere fare il paragone fra uno sport che naviga come Paperon de Paperoni in mezzo all’oro e rischia di non accedere alla fase finale di un Mondiale per colpa della tal Svezia e uno come la scherma, oltretutto paralimpica, che deve dribblare qualsiasi ostacolo burocratico per avere il minimo finanziamento statale (qualche anno fa lo stesso Betti fu costretto a chiedere aiuto a Siena per continuare ad allenarsi in maniera decente), pur collezionando, ogni anno, allori dovunque. Mi chiedo quanto potrà reggere questa “scuola” di tecnica – come tante altre –  soffocata da così detti sport “maggiori” (vogliamo parlare della miserrima qualità attuale del basket?). Intanto godiamoci i fenomeni senesi. Betti e Alice Volpi nella scherma, Giulia Bonechi e Giorgia Bormida nel pattinaggio corsa, tanto per citarne alcuni. Ce ne accorgeremo mai? Ma stasera, mi raccomando, tutti con il fiato sospeso, senza chiedersi perchè quello sport ha oggi una qualità così scarsa nei suoi interpreti Tricolori.

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La domenica (quasi) mattina: ignavia

Torna la rubrica della domenica, dopo tempo immemore. Si sa, però, quando si arriva ad un traguardo (in settimana ho festeggiato il compleanno), si riflette e quando si riflette poi ognuno ha i suoi strumenti per sfogarsi. Il mio è quello di scrivere amenità varie. Uno dei difetti che mi colpiscono di più (negativamente) nelle persone è l’ignavia. In una sua interpretazione, certo, del tutto soggettiva. Quella di far scorrere il tempo, pensando che tutto si risolva. O, meglio, di farlo scorrere pensando che esso, come dice il proverbio, possa sanare tutto. Attenzione, perchè i proverbi non sempre sono applicabili alla vita reale. Dipende. Dipende da che tipo di ferita è stata inferta e in quale contesto. Ci sono ferite lievi, più graffietti che altro; e ferite più profonde. Meglio, perchè a volte non è neppure il sangue che scorre: è un atteggiamento. Ci sono situazioni e situazioni. In ogni caso non credo che l’ignavia possa costituire un cicatrizzante. Pensare di far scorrere i minuti, i giorni, i mesi (a volte gli anni) senza dire assolutamente niente, vivere come se nulla fosse accaduto, non affrontare una situazione. Per ottenere cosa? Che si dimentichi? Tutto l’opposto, almeno per me.

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