Sulla libertà (di stampa)

Si fa un gran parlare di stampa e di libertà di stampa (anche nella nostra città, ultimamente). Io lego questi aspetti a tanti altri, da contestualizzare (per esempio questo – a questo proposito ci saranno le nuove elezioni del Consiglio della Toscana, ma qualcuno ne vuole parlare o arriviamo sempre alle candidature dall’alto come ogni anno?) . E, soprattutto, rilancio da questo blog: vogliamo davvero fare la storia dell’informazione e della comunicazione di questa città? Avanti, c’è posto. Però con onestà intellettuale e con rispetto della storia: di tutti, nessuno escluso. E con trasparenza assoluta. Il che significa, da parte di tutti, ammettere le proprie responsabilità, fino in fondo. Ognuno per quelle che aveva, s’intende, editore, direttore, redattore, collaboratore, custode, bidello che fosse. Siamo sicuri che ci sia questa gran voglia, oppure quello che, ogni tanto, leggo qua e là (anche firmato da qualche collega), è solo la voglia (che avviene anche in altri settori, non vi preoccupate: Mps, per esempio) di lavarsi l’anima con una sciacquata di viso? Le cose non sono così semplici: e lo dico in un senso o nell’altro. Non si ricostruisce la storia con uno slogan, non ci si lava la faccia con un altro. O forse si, visto che, tanto, si preferiscono gli # alla lettura.

Sull’argomento, da leggere questo interessante post (qui).

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Le Sardine e il vuoto della politica

Ci saranno altri e più autorevoli commentatori, più o meno politici, a narrarvi le loro verità da pseudo editorialisti su quello che è successo a Siena con le duemila (qualcosina in meno) Sardine che hanno partecipato alla manifestazione in piazza Duomo. I tuttologi del web daranno la loro versione dei fatti, naturalmente con adeguata pennellata di colore (rosso, verde, nero, marrone), a seconda del loro punto di vista. Per cui sopporterete anche la versione di questo umile blog, che non ha mai avuto la pretesa di ergersi a distributore della verità, tanto è vero che ha sempre provato (non è detto ci sia riuscito) a inviare ai ventuno lettori sempre un messaggio: guardare le cose a trecentosessanta gradi, approfondire, leggere anche i pareri discordanti con il proprio. Da una parte di questi tempi vedere persone che scendono in piazza è molto complicato. Vederne alcune centinaia ancora meno. Il vero problema, però, a cui nessuno ha saputo, sa e, temo, saprà dare una risposta è che le Sardine, anche a Siena, hanno testimoniato una cosa: il vuoto della politica attuale, sia essa quella della nutella di Salvini, sia quella della lotta e di governo del Pd, ma potrei fare praticamente tutti i nomi dei “leader” politici di oggi, da destra a sinistra, passando per il centro. Prima o poi quel vuoto doveva essere riempito, al momento le Sardine ci hanno provato, vedremo quanto durerà il loro nuoto. E soprattutto se si trasformerà da semplice nuotata per le piazze in qualcosa di diverso, in una risposta concreta. Di messaggi sotto al Duomo ne ho sentiti tanti, poi dipende se e quanto questi messaggi siano traducibili: compito, per l’appunto, della politica prima, di chi governa (in senso generale) poi. Se però le persone scendono in piazza il problema della politica rimane. Anzi, di più. E non dipende dal colore.

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L’anno contradaiolo

Proprio ieri ne ragionavo, come fatto altre volte peraltro. L’ho scritto altre volte, l’ho detto anche pubblicamente in certi contesti: quando sento la parola “senesità” spesso rabbrividisco, perché secondo il sottoscritto è un’accezione che ormai ha assunto una connotazione più negativa che positiva. Un concetto legato a un passato descritto da chi non lo ha vissuto, reminiscenze costruite sulla base di non so cosa e che si accumulano nelle teste creando le più classiche delle leggende metropolitane, dalla “chiave nella toppa” a “s’era tutti amici”, per non scadere in frasi ancor più triviali e prive non solo di senso, ma di storicità che poi sarebbe la cosa più importante. Detto tutto questo, pochi giorni fa si è celebrata la chiusura dell’anno contradaiolo (e l’apertura del successivo): e come ogni anno, da questo umile blog, sono a rinverdire la necessità di una riflessione approfondita da parte del mondo contradaiolo. Su cosa? Scegliete voi, di argomenti ce ne sono a bizzeffe. Giustizia, cavalli, protocollo, nuovo regolamento, monture, società di Contrada: ma, più in generale, sul ruolo delle Contrade, su quello che è il “Palio lontano dal Palio”, di quel tempo lontano da quei quattro (o otto) giorni. Nell’assunzione di una responsabilità culturale, valoriale, perfino etica, dalla quale, questo si, siamo troppo lontani. Per responsabilità di tutti noi, a caccia di quella “senesità” di cui troppe volte sento sparlare.

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Il confine…o il confinio?

In uno stato che si definisce (o autodefinisce?) democratico, i limiti alle libertà sono (devono?) essere necessariamente poche. Allo stesso tempo, non basta definire e ratificare queste libertà affinché uno stato possa automaticamente definirsi civile e democratico. Deve sapere anche disegnare detti limiti. Per provare a capire quali siano, ad esempio, quelli dell’articolo 21 della Costituzione (libertà di manifestazione del proprio pensiero), basta leggere il medesimo articolo (naturalmente provando a unire detta lettura, magari, a un “Bignami” di diritto costituzionale, se non si vogliono fare tanti sforzi interpretativi). A livello del tutto teorico, non essendo io un costituzionalista, il professore filonazista di cui si parla (qualche volta, si sparla) in questi giorni a Siena (e, ahimè, non solo) potrebbe aver violato, mantenendomi strettamente alla Carta, senso del pudore, onorabilità della persona e sfiorato l’apologia di reato. Nono sono io a dover giudicare. Detto tutto questo c’è poi qualcosa che va oltre le norme scritte e che è il comune confine fra ciò che, oggettivamente, è tollerabile far rientrare sotto il comune detto “io la penso così” e ciò che non è proprio tollerabile, pur comprendendo la manifestazione del proprio pensiero con il metro più ampio possibile. E non possiamo giustificare questo facendo paragoni con Stalin, il libro nero del comunismo, l’eccidio degli indiani in America e quant’altro. Sono tutte tragedie umane, ma non mi pare (al momento) aver letto nessuno fra i docenti universitari citare Stalin come faro della filosofia del diritto. C’è un confine, oltre il quale anche il più garantista dei garantisti non può andare. Ogni tanto quel confine, davvero, non si può superare. Se lo si fa, giusto che ci sia il…confinio.

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La solidarietà

Il rettore del Magistrato delle Contrade ha scelto la cerimonia di Sant’Ansano per fare un preciso riferimento alla nuova indagine sui fronteggiamenti fra contradaioli. “Vorremmo esprimere anche un pensiero particolare e un sentito sostegno a quei contradaioli che sono preoccupati per le vicende che attualmente li coinvolgono”, ha detto Claudio Rossi. Presa di posizione chiara e netta, senza se e senza ma. Quindi da applaudire. Aspettiamo di conoscere con dovizia i documenti e gli atti che hanno fatto partire questa nuova indagine, prima di esprimere un giudizio. La solidarietà è importante, anche se può apparire scontata, ma, come per altri argomenti cittadini, bisognerebbe non fermarsi qui: e, una volta conosciuti i perché, cominciare a rifletterci su. Internamente e esternamente, non ragionando secondo il motto “si fa come ci pare”, ma, allo stesso tempo, rivendicando l’unicità di una città e di una storia. Credo fermamente che l’autodeterminazione delle Contrade e la loro unità di intenti siano un ottimo punto di partenza. Che non esclude vita natural durante le problematiche di cui sopra. Ma aiuterebbe. Inutile, altrimenti, accendersi (anche legittimamente) in questa fase, perché si rischia di fare la fine della paglia. 

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La fine del Monte?

E’ encomiabile che un’associazione culturale e politica come Confronti (presidente è Alessandro Pinciani) provi ad avviare un dibattito sul Monte dei paschi, scomparso dalle agende politiche di quasi tutti i candidati alle ultime elezioni comunali (forse anche ragionevolmente, visto che siamo su un altro pianeta rispetto a qualche anno fa). Argomento complicato, intricato e per certi versi anche poco lineare nella sua narrazione temporale e storica. In questo senso è (era) da accogliere con favore l’iniziativa di ieri sera, organizzata con la moderazione del giornalista Cesare Peruzzi e con Alberto Monaci, Pierluigi Piccini e Luca Fiorito. Colpevolmente (avevo un altro impegno) me ne sono andato dopo 90 minuti, ma il problema è che dopo quella ora e mezzo si è parlato, non dico del niente, ma di una storia che è ormai cristallizzata. Capisco che ci sia la necessità di comprendere le responsabilità per narrare come si sia arrivati alla situazione attuale e, probabilmente, i nomi e i cognomi fatti senza troppi peli sulla lingua da Piccini (ma anche senza contraddittorio….mi permetto di aggiungere) sono a suo modo un contributo.  Capisco anche – per qualcuno (magari non ieri, ma in generale) – la necessità di dire “io non c’ero e se c’ero, dormivo”, frase neanche troppo sibillina usata anche in altri settori della vita cittadina (per esempio, il giornalismo…). Capisco infine la necessità, finalmente, di dare una lettura approfondita e trasparente di tutti i passaggi: ci sarebbe questa esigenza, ma ci vorrebbero tempo (quindi una serie di incontri), risorse (nel senso di risorse umane, per avere il necessario contraddittorio) e moderazione (nel senso di equilibrio fra le varie parti). Tutto vero, tutto giusto. Il problema è però che il tempo scorre e che forse la necessità più impellente è di provare a capire quale sia il futuro: non perché si vogliano dribblare le responsabilità, ma perché altrimenti si rischia di cadere in un dibattito stantio fatto (probabilmente) di esclusioni e di scaricabarili, di “rinfacciamenti” e di piccole-grandi vendette. Che, alla mia generazione, sinceramente, interessano poco, ma che rischiano di diventare una zavorra. Come l’uomo che per guardare indietro sbatte la testa contro il palo della luce che ha davanti.

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Ha fatto bene

Ha fatto bene il giovane (leggi qui) che ha realizzato “quel” video a presentarsi spontaneamente in Procura. Il gesto di quel maledetto venerdì rimane, rimane anche la condanna, ma almeno si nota la volontà di aver capito la scelleratezza di quel gesto. E non tanto per quanto riguarda il reato penale ipotizzato (omissione di soccorso), che, personalmente, ritengo tracciabile solo in linea teorica e da utilizzare proprio per disincentivo; bensì per la questione etica e perfino morale. Come ho avuto modo di scrivere (qui) il gesto rimane ignobile, ma puntare il dito sui social e condannare al pubblico ludibrio, alla gogna e agli sputacchi in Piazza del Campo è del tutto fine a se stesso. E’ necessario attivarsi per comprendere, in maniera approfondita, perché si sia arrivati a fare una cosa del genere; quali meccanismo culturale (nel senso negativo del termine) si sia attivato per approdare a questo. La condanna posteriore, per quanto utile, non basta. Perché, senza falsità e ipocrisia, purtroppo a fare quel video prima e a diffonderlo poi ci poteva benissimo essere uno dei tanti adolescenti o giovani che io ho visto, in quei tragici momenti, urlicchiare e correre verso il luogo del fatto. Su questo bisogna riflettere, Subito.

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