Tornano le Avvelenate

Avrò ancora l’onore di far parte di uno spettacolo teatrale: sabato 26 ottobre alle ore 21.15 al teatro Alfieri di Castelnuovo Berardenga (la mia seconda casa, peraltro) torna in scena “Avvelenate” (un testo di Angels Aymar, traduzione di Laura Fatini, regia Martina Guideri), che ha già debuttato in primavera scorsa a Siena. Per me un’altra emozione, dopo aver partecipato a gruppi teatrali amatoriali in Contrada, dove arriva comunque la scossa quando sali su un palcoscenico. Fare un’esperienza di questo tipo, con tutto il rispetto, è però un’altra cosa: non solo per il contesto (teatro dei Rinnovati prima, Alfieri poi), ma soprattutto per il rapporto e l’osmosi con gli attori e le persone con cui entri in contatto. Una crescita umana, culturale, valoriale di cui ringrazio Martina Guideri e tutti coloro che, anche in questa seconda esperienza, avranno la capacità di sopportare un giornalista di provincia che si presta al teatro. Per quanto riguarda lo spettacolo, prendo le parole utilizzate dalla produzione di Ensarte. “Un testo sorprendentemente teatrale e moderno: rigoroso e attuale, che ci mostra tre donne alla ricerca di una verità scomoda e difficile da poter raccontare. Otto scene che compongono una lenta ma inesorabile incredibile scoperta. Una storia, o meglio tre storie che non sono reali, ma che ‘forse’ potrebbero essere vere, e molto più vicine a noi di quanto si possa immaginare … una favola per un pubblico adulto, ma non troppo!”. Vi aspetto.

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Matteo vs Matteo

Mi voglio almeno un po’ di bene e me la sono risparmiata, anche perché ieri sera dovevo seguire per lavoro il possibile rimpasto di giunta a Siena, come scrivo stamani sul “Corriere di Siena”. Attenzione, però: non è spocchia e non è neppure distanza dai due contendenti Matteo Salvini e Matteo Renzi che, a loro modo, ogni tanto hanno pure qualche idea condivisibile (molto dipende pure da qualche punto si guardano, s’intende). E’ un discorso un po’ più ampio, che riguarda quasi tutta la classe politica attuale; un discorso che ho rimescolato spesso in questo blog. Una politica fatta unicamente (o quasi) di slogan, di contenuti vacui e vaghi, di movimenti che sono l’esatto contrario di quanto affermato qualche mese (se non qualche settimana….) prima, di tutto e il contrario di tutto. Il problema è, forse, che questa classe politica ce la meritiamo tutta: perché siamo incapaci di applicare un minimo di ragionamento e di approfondimento, di fare una lettura oggettiva di quello che accade e ci accontentiamo di sparare la nostra opinione sui social, ci facciamo bastare la lettura di un titolone e quando ci chiediamo “che ore sono?” ci rispondiamo “son cipolle”. In pochi, pochissimi, quasi nessuno si chiede il perché, poi, di dati a dir poco clamorosi rispetto a qualche anno fa, dei cittadini che disertano le urne. Il vero partito di maggioranza in Italia. Forse e paradossalmente c’è ancora speranza.

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820

Ci sono tanti se e tanti ma quando si prova a raccontare una storia come quella recente (ma in verità anche passata) della Mens Sana Basket. Altri e più autorevoli autori ci hanno provato e ci proveranno, in maniera più esaustiva e più competente di me, che seguivo la squadra biancoverde da giovanissimo sugli spalti del palazzetto (era il Gruppo Brasato), riuscendo, fra mille liti familiari, a smistarmi fra stadio e viale Sclavo, salvo poi dirigermi – professionalmente – su altri lidi. Da qualche tempo gli impegni lavorativi mi hanno riportato a frequentare con più assiduità il parquet, inteso come campo di basket, perché per altre discipline già lo “calcavo” da qualche anno. Non voglio apparire di parte, mi interessa poco farlo, voglio semplicemente sottolineare quello che è oggettivo da una parte e che, magari, si vede meno dall’altra. Staccare 820 tagliandi per la prima partita (abbonamenti e under 21 gratuiti compresi) di promozione (leggasi: promozione, penultima categoria della pallacanestro nostrana prima degli amatori) è – oggettivamente – qualcosa di incredibile. Oltretutto dopo cinque anni passati più fra le aule di tribunale che a narrare le gesta del campo, con tutto il rispetto per i giocatori e gli addetti (un po’ meno per qualche dirigente) che ci sono comunque stati. E’ un numero poco contestabile, come lo sono le statistiche – per l’appunto – nel basket; che, certo, come nel basket, vanno confermate, perché un giocatore può anche fare trenta punti in una partita come – all’epoca – faceva Frankie Kornet; se non li conferma la volta successiva e la volta dopo ancora, finisce per essere tagliato per un Cedric Jenkins qualunque. Dietro a quel numero, certo e incontestabile, c’è però tanto altro. L’amore per i colori, quello che, evidentemente, fa scattare la scintilla alle 18 della domenica (ci sarà anche qualche venerdì in questa stagione…) a prescindere dalla categoria: esserci, da tifoso della curva a tifoso della tribuna, meno giovane o più giovane; respirare l’aria del palazzo e cantare la Verbena. Permettetemi una chiosa, però, perché per arrivare a questo piccolo primo traguardo c’è stata una corsa: silenziosa, a fari spenti, umile, con la testa bassa e, spesso, occhi e orecchie turate. I nomi non li faccio, sono facili da scoprire per chi vorrà e sono anche tanti: tutti coloro che, fra mille difficoltà, mille se e mille ma, dubbi, incertezze e anche diversi sputacchi delle persone così dette “al di fuori” (in gran parte alimentati da assurdi pregiudizi), ci hanno messo non solo la faccia, ma il lavoro quotidiano. Ci comprendo anche i giocatori, che ho visto allenare fin dai primi di settembre con quel furore e quella luce che difficilmente si vedono, fra passione e orgoglio, fra stupore e consapevolezza. Non sono come finirà questa storia, però sono sicuro che quella corsa continuerà: dove porterà non lo so, ma andrà sempre avanti.

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Taglio sì, taglio no

All’ordine del giorno (ancora) il taglio dei parlamentari (qui per qualche informazione in più). Il dibattito mi appassiona poco, anche se a dir la verità in campo politico c’è poco, pochissimo che riesce a farmi questo effetto. Come scriveva Guccini, ormai, in questo settore “mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre a far mattino”: come dire, si vivacchia, in attesa di quello che verrà. O forse pensando ad altro. Resta però un fatto fondamentale. Si è fatto qualcosa, ma non si è fatto niente. O meglio: certo, gli onorevoli e i senatori saranno in numero minore e già questo è un fatto. Si può chiosare sul risparmio (poco) e su un oggettiva rappresentanza diminuita (è una questione di numeri, basta dividere il nuovo numero dei parlamentari con il numero di italiani, che saranno in diminuzione – opinabile – ma rimangono tantini), per il momento bisogna però attendere. Cioè che dopo il taglio ci sia la legge: una nuova norma elettorale che ci faccia capire come, quando, dove e perché. Proporzionale, maggioritario, divisione territoriale: tante questioni e tanti punti interrogativi. Sarà appassionante capire tutto nei prossimi mesi. Appassionante, si fa per dire.

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Dì una cosa di sinistra. Dì qualcosa

Dì una cosa di sinistra. Dì qualcosa. Anche non di sinistra. Di civiltà.  Reagisci. Già il taglio dei parlamentari mi pare abbia causato diversi turamenti di naso, peraltro susseguenti all’accordo di governo. L’offensiva turca contro i curdi ha decisamente rotto le acque. E, stavolta, a dire “e il Pd?” sono io e non gli pseudo cultori dell’antipolitica (grillina e non), quelli che sui social tuonavano su Bibbiano e i Marò. Qui non si tratta di fare una battaglia (termine che peraltro calza male con la situazione) colorata di rosso, arancione, fucsia o verde. Qui si tratta di prendere posizione. Una volta nella vita: una posizione. Che sia anche sbagliata. Prima c’era Renzi, adesso non c’è più manco lui. Qualcuno vuole dire qualcosa, a livello nazionale, regionale, locale? Qualcuno vuole alzare la testa e la voce? Qualcuno vuole dire qualcosa, qualsiasi cosa?

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Chi di populismo….

Sono sempre più convinto e tale convinzione è corroborata anche da qualche fatto. Chi di populismo ferisce, alla fine di populismo perisce. Il taglio dei parlamentari (diventato ieri legge) a parer mio rientra in questa logica. Frutto di una politica che fa della comunicazione facilona o, se preferite, parossistica e non più dell’approfondimento, dell’analisi o, addirittura, delle proposte (belle o brutte che siano). Così si scende in piazza con un bel paio di forbici, come per dimostrare che la battaglia è stata vinta. Quale battaglia? Del risparmio di due euro e quindi centesimi a famiglia ogni anno. Senza pensare, come scrivevo ieri, ai problemi di rappresentanza, che pure sono (erano) una bandiera degli stessi che ora decantano e applaudono questo taglio. E che saranno pronti, magari, fra qualche anno a lamentarsi perché il parlamentare da loro eletto (o eletto nei propri territori) non sarà quasi mai a disposizione o non risponderà alle mail o non verrà mai sotto casa a sistemare con il caschetto giallo il marciapiede davanti al proprio garage. D’altronde viviamo in un periodo così. Dove, come qualcuno mi ha detto proprio ieri, è come quando si costruisce una casa partendo non dal progetto, neanche dal tetto, dalle fondamenta manco a pensarci: si costruisce. Poi si vedrà. Nel frattempo si scende in piazza, per l’appunto, con la cazzuola in mano.

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Populismi (e un ps)

Oggi in aula va il taglio dei Parlamentari (leggi qui). A me sembra l’ennesima baggianata di una politica fatta, a prescindere dal colore politico, a colpi di slogan e di slanci populisti. Ormai questa è la moda: qualcuno scopre l’acqua calda e la sbandiera come fosse la panacea di tutti i mali, tipo rimedio semplice e semplicistico di qualsiasi problema mondiale. Si parla tanto di problemi di rappresentanza, ad esempio, e poi si scopre che dopo questa riforma cambierà (in peggio) il rapporto numerico di rappresentanza sia alla Camera dei deputati (1 deputato per 151.210 abitanti, mentre oggi era 1 per 96.006 abitanti) sia al Senato (1 senatore per 302.420 abitanti, mentre oggi era 1 ogni 188.424 abitanti). Si giustifica tutto con il risparmio, salvo poi scoprire che questi soldi “risparmiati” (a prezzo della rappresentanza sopracitata) rappresentano lo 0,005 per cento scarso del debito pubblico.  IL problema che, evidentemente, non si vuole o forse non si può affrontare è un altro e più profondo: la produttività dei nostri rappresentanti, la capacità e la loro “professionalità”, le competenze di chi mandiamo a Roma. Certo, la questione è più difficile, perché presuppone competenza anche in chi, teoricamente, giudica, oltre che in chi viene giudicato. Meglio, allora, sventolare la conquista del taglio delle poltrone e sbatterla in faccia al popolino prima della prossima chiamata alle urne. A me assomiglia molto al taglio delle amministrazioni provinciali: prima applausi, poi gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti.

Ps: Mi diverto anche a parlare di calcio, ogni tanto. L’esonero di Marco Giampaolo da parte del Milan è un errore, per me: paga un tecnico che può piacere o non piacere, ma il problema è che nessuno si sta facendo una domanda. Quanti giocatori titolari del Milan giocherebbero in un’altra squadra di serie A? Pochi, forse uno.

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