Ecco come andrà a finire (per Elio)

No, non mi sono appena laureato in medicina e non sono diventato uno scienziato. Anche se leggendo qua e là sui social, mi sentirei in grado di iscrivermi ai corsi online a cui, evidentemente, in tanti si sono iscritti (e hanno superato pure gli esami in men che non si dica). Provo a ragionare secondo logica. Questa è una provocazione, ma non troppo.

Penso che andrà così, pronto a ricredermi e chiedere venia se così non fosse. Le misure di distanziamento sociale (mai termine fu più sbagliato in questa fase, non era più semplice e chiaro parlare di “distanziamento fisico”?) uso delle mascherine, disinfettanti e pulizie varie andranno avanti per tutta l’estate. Insieme alla luce solare e alla ventilazione abbasseranno ancora i contagi (non mi permetto di chiosare sulla forza del virus). Nel frattempo le strutture sanitarie si libereranno gradualmente e allo stesso tempo si prepareranno per l’autunno. Quando potrebbe esserci, sia per una sorta di allentamento quasi “fisiologico” delle misure di contenimento, sia per le condizioni ambientali, una recrudescenza del virus stesso. Non ci sarà, però, un nuovo lock down, escludendo le eventuali chiusure locali in caso di nascita di focolai in certe zone. E, sempre nel frattempo, la scienza avrà fatto passi avanti, con l’esperienza delle scorse settimane in cantina: non ci sarà un vaccino (non prima del 2021), forse ci sarà un farmaco prima della fine dell’anno, ma in generale la sanità avrà imparato come fronteggiare meglio il virus stesso. Sia nel tracciamento che nel trattamento iniziale; sia nel riconoscimento, che nell’affrontare la malattia, con rimedi e cocktail di medicine. Si morirà lo stesso, probabilmente, ma in misura ancora minore. Ci si ammalerà lo stesso, ma meno gravemente di prima.

Alcune abitudini rimarranno, in alcune cose siamo cambiati, come abbiamo cambiato quando cominciò a diffondersi l’Hiv. E per certi versi, è un bene. Più igiene in certi ambienti, per esempio (penso agli ospedali). Più pratiche di pulizia personale in altri. Semplice e logico, ma dovevamo pensarci.

Non mi ergo, come detto, a scienziato. Non voglio infondere timori. Non voglio agire da sconsiderato, non sogno certo un focolaio né ora, né mai. Metto insieme i tasselli per costruire un puzzle logico. Nella speranza di essere smentito prima possibile in positivo, oppure mai in negativo.

Mi domando come la logica non sia stata utilizzata fin qui dalla politica. Questa è tutta un’altra storia.

Oggi ultimo giorno del mercato settimanale “ristretto”: qui i link di Visioni della città (Fb e Youtube).

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Un altro punto interrogativo: la scuola

Fra i tanti (forse troppi a questo punto) punti interrogativi che si sollevano in questo periodo, per il sottoscritto c’è quello legato alla formazione. Dell’università ho già parlato (anche per i risvolti economici futuri), le perplessità di oggi (e di domani?) riguardano la scuola.

Ancora una volta abbiamo (hanno…) delegato e abdicato alla scienza. Che senz’altro, se interpellata sull’argomento, risponderebbe (anzi, risponde) con alcuni dogmi, del tipo “la scuola è un ambiente dove il virus può proliferare ed essere poi trasmesso alle generazioni più a rischio, tipo anziani e nonni”. Dettame ineccepibile e incontestabile, visto che non sono laureato in medicina e non ho intenzione di prendere la laurea su Facebook. Poi, però, c’è la politica. Non sono laureato in scienze politiche, non sono stato mai eletto, ma posso dire che chi governa dovrebbe perlomeno cogitare un percorso: partire da questi presupposti, risolti a inizio pandemia con la chiusura totale, per poi cercare prima e trovare poi adeguate soluzioni, non restando alla premessa. Invece lì siamo inchiodati. Chiusura. Fine. Stop. Si riapre, più o meno, quasi tutto; le scuole rimangono chiuse. Non si cercano soluzioni.

Oltretutto senza pensare ai risvolti e alle conseguenze. Umane ed economiche. Dal punto di vista umano non si riesce a capire come possano andare avanti le famiglie con i marmocchi per casa: lo smart working rappresenta una soluzione fino a un certo punto; quando poi si è costretti (anche giustamente) a tornare a lavoro e i suddetti nonni non possono essere “utilizzati”, diventa difficile capire a chi affidare i propri figli. Teoricamente anche se fosse possibile sopportare un qualsiasi esborso economico;  non sono così convinto che, almeno in questa fase, si possa affidare il proprio figlio a una baby sitter. Lo dice la scienza, come un gatto che si morde la coda. Rimango perplesso anche sui percorso formativi: due-tre mesi possono essere pochi in una carriera scolastica, dubito però che si possano recuperare all’interno di un sistema così pachidermico come quello italiano.

Perlomeno mi aspetterei certezze per settembre. Che non siano sciocchezze, s’intende. Di tempo ce n’è stato e ce ne sarebbe, di soluzioni, al momento, ne vedo punte. Se non la solita delega: speriamo che il virus rallenti, che si trovi perlomeno una cura, un farmaco, un qualcosa. Non so, forse un miracolo. Si, decisamente, quello potrebbe salvarci. Anche da questa politica. Forse.

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Il fumo negli occhi: prima i runners, ora la movida

In principio erano i runners (con la s), poi quelli che andavano a fare la spesa. Ora quelli che vanno a fare gli aperitivi, quelli che fanno la “movida”. Volete sapere come la penso? Fumo negli occhi. Per nascondere le reali responsabilità. Che sono, tanto per tornare a fare polemica, della politica. Quando i pesci da pigliare sono rimasti pochi e cominciano a sfuggire dalle mani, meglio trovare qualcosa contro cui puntare il dito: è più facile. Se i contagi dovessero risalire (speriamo di no, sarebbe un disastro economico totale), sappiamo già con chi rifarcela. I movidosi.

Intendiamoci bene. Chi fa un aperitivo accalcandosi come faceva prima di febbraio, chi non usa la mascherina e chi non rispetta la dovuta distanza è da controllare e condannare e perseguire. Senza se e senza ma. Capisco quanto siano state oberate le forze dell’ordine in questa fase, ma l’input che deve venire dall’alto (quindi dalla sopracitata politica) dovrebbe essere non fare il pelo e il contropelo all’attività commerciale che sta provando a riaprire (ben consapevoli come le norme igienico sanitarie debbano essere rispettate), bensì monitorare questi atteggiamenti.

Siamo, però, allo stesso problema di qualche settimana fa. Abdicare. Affidarsi al “buonsenso” dei cittadini. Che ci dovrebbe essere, certo. Che, però, deve essere indirizzato, incanalato, guidato attraverso precisi messaggi, chiari e trasparenti, non fumosi o assurdi (“Se vuoi bene all’Italia stai a distanza”). O controversi: ieri tutto chiuso, oggi tutto aperto. Però state attenti. Però il 3 giugno si aprono le frontiere. Riprendiamo, ma insomma state a casa. 

Certo il popolo italiano ha qualcosa di fenomenale (e io ne faccio parte, s’intende). Nel senso negativo del termine. Ci sono regole, sono troppe. Non ci sono regole, vogliamo le regole. Vengono approvare, non ci piacciono. Vengono abrogate, si stava meglio prima. Siamo speciali e ci meritiamo un governo speciale.

Ps: Ringrazio Stefano Bisi per la citazione del suo blog (leggi qui). E probabilmente farò quello che scrive….

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Fra università e fattore C

Ho detto e scritto a più riprese che alcuni provvedimenti, in un periodo di grande e quasi totale incertezza, mi hanno lasciato diversi dubbi e tante perplessità. La politica ha abdicato alla scienza e ai cittadini, tanto per dirne una. Non solo: ci sono proprio alcuni aspetti che non mi convincono (la riapertura delle frontiere il 3 giugno), non perché anche il sottoscritto non voglia più che mai un ritorno alla normalità (o presunta tale), ma perché l’impressione è che si passi dalla chiusura totale a una quasi apertura altrettanto totale. Così, quasi in un tirare ai dadi.

Ho letto molti pareri, anche autorevolissimi, in cui si esorta a prendere spunto da questa emergenza, a trasformare la crisi in opportunità, a rivedere e correggere comportamenti errati, a sfruttare in maniera più intelligente le meraviglie della tecnologia. Sono certamente d’accordo. Pure in questi casi, però, c’è un limite: come al solito è quello del buonsenso. Faccio l’esempio delle Università. Leggo che la ministra Azzolina (traspare da qui, per esempio) abbia tutta l’intenzione di spingere per lezioni online e in streaming anche alla ripresa degli anni accademici a settembre. POche lezioni “in presenza”, molte da casa. Forse giustificando il tutto con la necessità di spingere sull’innovazione tecnologica, per certi versi approfittando di questa crisi. Tralascio gli aspetti della didattica con il contatto umano (che vale anche per le scuole). Il mio fortissimo dubbio è che, ancora una volta, si opti per la risposta più facile. Non si faccia, cioè un’adeguata programmazione sull’innovazione tecnologica (certo necessaria), ma si spinga il pulsante più semplice, come in un quiz a premi. Nascondendosi dietro al dito dell’emergenza sanitaria (che dito non è, ci mancherebbe). E’ stato così per due mesi di lockdown, adesso che si potrebbe perlomeno provare a programmare, si opta per l’ipotesi più semplice.

Tutto questo non pensando, come sempre, alle conseguenze. Avete la pur minima idea cosa significhi, infatti, pensare ad atenei “online” fino a gennaio? Non parlo solo per Siena, ma per tutte le città universitarie, che vivono anche grazie al mondo accademico. Niente affitti, ma non solo. Niente studenti, quindi niente indotto: locali, negozi, ristoranti, fotocopie, libri, palestre, divertimenti, supermercati, pizzerie, tabaccherie….metteteci un po’ tutto quello che volete. Migliaia di potenziali clienti che non verranno a Siena fino a gennaio. Come se non bastasse l’assenza dei turisti. Per questo spero che perlomeno si provi a trovare altre soluzioni. Se il virus le impedirà, ce ne faremo una ragione.

Del resto l’ulteriore mia impressione è che ci si stia affidando, semplicemente al “fattore c” (che sarebbe un modo inelegante per definire la fortuna). Si riapre (ed è uno bene farlo, sia chiaro), ma senza una programmazione precisa, senza un preciso orizzonte. Speriamo che non ripartano i contagi. Speriamo. Un colpo di culo, insomma, è quello in cui si spera.

Oggi Visioni della città con una delle tante azioni dei volontari della Misericordia (qui i link Fb e Youtube).

Personalmente è stato ed è un periodo molto duro, anche psicologicamente: senza troppe ispirazioni penso che il week end sarà di pausa e riposo.

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Cosa faremo

Mi domando cosa faremo il 2 luglio e il 16 agosto. Lo so, è una domanda buttata un po’ là, quasi a caso, che in molti si saranno fatti anche qualche settimana fa, quando già si era stabilito che, comunque, non si sarebbe corso il Palio di Siena nelle due date canoniche. Se, però, in quella fase c’era la speranza di vedere il tufo in piazza del Campo, adesso che siamo appena a fine maggio, la medesima speranza va riposta nel 2021. Flebili sono tutt’ora quelle relative a poter mettere in piedi uno Straordinario, in caso di conclusione (improbabile, sinceramente) della pandemia.

Con un pizzico di ironia, senza la quale diventa difficile andare avanti in questa fase, potrei dire che per la prima volta nella mia vita farò un Ferragosto canonico, fra brace, falò in spiaggia (ma ho l’impressione siano vietati), gite in pineta, birre con amici: dipende cosa ci faranno fare, s’intende. Pure il 2 luglio sarà particolare, forse anche di più: sarà un giovedì lavorativo, un giorno qualunque o quasi, almeno ad oggi, visto che non è previsto nulla di particolare in città.

Ci ritroveremo a guardare all’insù? Ci ritroveremo ad aguzzare la vista verso Piazza e ampliare l’udito in cerca del suono del Campanone? Oppure cercheremo di passare indenni entrambe le giornate, occupando il tempo con qualcosa pescato dalla routine quotidiana che non ci faccia troppo pensare a quello che doveva essere e invece non è stato? Certo – diranno i più puntigliosi – i nostri nonni non hanno effettuato Carriere per tanti anni di seguito, dovevano pensare alle bombe che piovevano dall’alto. E per certi versi anche noi dovremo pensare alle bombe: non saranno quelle che arrivano dalle flotte avversarie, ma quelle che covano nel terreno, come mine antiuomo, che si nascondono nelle pieghe di un’economia che potrebbe produrre morti come in trincea. Forse qualcuno non avrà neppure il tempo di pensare al tufo e quindi spero che davvero la città abbia la forza di cingersi stretta attorno alla Torre del Mangia, sia il 2 luglio che il 16 agosto. Significherebbe avere, in fondo, un pensiero amaro, ma positivo.

Visioni della città oggi un po’ speciale con la visita alla Lilt di Siea (link Fb e Youtube).

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Una città in sospeso

Siamo ancora in sospeso. Fra le certezze (si fa per dire) che avevamo a febbraio e quelle che non abbiamo oggi. Lo dico a livello personale, ma nelle “passeggiate” per la città di ogni giorno lo si percepisce in quasi tutti i discorsi che si fanno. Domande, dubbi, punti interrogativi su cosa accadrà e su come si potrà andare avanti. Non è paura di reinventarsi e riadattarsi (personalmente l’ho fatto diverse volte, ahimè); è più l’incapacità di non riuscire a capire cosa possa mai riservare il futuro.

Su alcuni aspetti difficilmente si tornerà indietro. Mi immagino, ad esempio, che sia complicato pensare a una sanità come quella che, sbagliando, avevamo prima: l’ospedale, per fare solo un esempio, non può essere il gran bazar di prima, ma un luogo più asettico, rispettoso, per certi versi anche meno accessibile.

Su altri, invece, la speranza è che si possa tornare indietro. Sulla socialità, ad esempio. Però, anche qui, certezze non ne abbiamo: i segnali su un vaccino sono per il 2021, quelli su un farmaco antivirale (forse) per fine anno. Su questa incertezza, però, se ne inserisce anche un’altra. Cosa fare in questo periodo? Perché da una parte ci indicano di tornare (quasi) alla vita di prima, dall’altra ci invitano comunque a rispettare distanze, mascherine e gel; poi si aggiunge di fare attenzione per eventuali nuovo focolai.

Ansia e incertezze sono sentimenti difficili da gestire. Si vive in questa eterna sospensione: per carità, di certo nella vita c’è poco o niente, ma questo continuo aggrapparsi al minuto successivo, al giorno seguente, è logorante e, personalmente, molto complicato.

Oggi piccolo video di Visioni della città (qui il link Fb e youtube) per testimoniare un altro atto d’amore delle Contrade per Siena.  Ieri sera in diretta su Italia 7 abbiamo parlato anche di questo (qui il link).

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Due documenti importanti, forse tre

L’attenzione è ancora rivolta, da una parte giustamente, alle preoccupazioni, i dubbi e le perplessità su questa nuova fase che anche Siena si trova ad affrontare dopo la “zona rossa” e la fase “uno bis”. Ho visto (qui Visioni della città di oggi su Fb e su Youtube) una città ancora impaurita, da una parte anche giustamente, per una condizione di grande incertezza. Dopo la burrasca Monte dei paschi, Siena ha girato la sua vocazione verso turismo e scienze della vita. Se il secondo settore, in questa fase drammatica, potrebbe paradossalmente reggere (anche se, per esempio, a Tls mancherebbero 4 milioni promessi e mai arrivati dal governo-  questo e quelli precedenti – per fare dela città la capitale “antipandemica”, argomento da riprendere), il primo è stato, è e sarà colpito duramente. E con esso ampie fette dell’economia senese.

Oggi il consiglio comunale ha comunque approvato due documenti importanti (qui le news del Comune) di cui ascolterete e leggerete i resoconti nelle prossime ore e giorni. Piano operativo e piano della mobilità: naturalmente è più che legittimo dare giudizi e opinioni su entrambe e sulla loro stesura (con pareri che possono essere di certo contrastanti), io vorrei solo porre l’accento sul fatto che si tratta di due documenti importanti e decisivi per il futuro della città, perché disegnano la Siena del futuro. Per cui ne consiglio la lettura approfondita.

Il terzo documento è relativo all’annullamento delle due Carriere 2020, ratificato ufficialmente dal consiglio comunale. Che forse è il documento che emergerà di più nello scenario collettivo, sia per i valori che si porta (via) con sé, sia perché investe l’immediato della città. Non ci sono altre vie, però, dovremo superare anche questa.

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