Il Natale degli ultimi

Sono nato e cresciuto fra i carcerati e fra le persone problematiche. Non perchè abbia avuto problemi con la legalità (e nemmeno i miei), ma semplicemente perchè la mia mamma faceva l’assitente sociale e per un periodo dalle nostre parti giravano semiliberi, ex carcerati in cerca di occupazione. Ed anche famiglie che volevano adottare (al tempo le cose erano ancora più complicate di adesso), disagiati sociali. Non eravamo dei santi, di certo. Io mi ritrovavo davanti queste persone, le guardavo con curiosità. Accennavo a capire. Poi, più grandicello, cominciai a cercare di capire. La frase che piu’ mi colpì di uno di questi semiliberi fu questa: "Lo vedi quel ulivo, là, a cento metri? Ecco…io lì non ci posso andare". Così mi spiegò quale era la sua condizione di persona legata mani e piedi. Con l’elastico, ma legata. Gli ultimi di Fabrizio De Andrè. Forse per questo, per queste mie esperienze giovanili, sto sempre dietro agli "ultimi". Mi incuriosisce la loro storia. Non per morbosità, non per convertirli, non per commiserarli o per farli passare da vittime ed intendiamoci subito: chi è in carcere, o semilibero, qualcosa ha o non ha fatto. Non è questo il problema di cui parlare. La questione è un’altra: capire che sono comunque persone, diventate schiuma del mare nella società. Spesso ci fermiamo però alla superficie e la schiuma sparisce dietro un’onda, senza che noi ce ne accorgiamo. Vorrei cercare di capire perchè l’ultimo ha fatto qualcosa. O perchè è in condizioni di povertà, quale è il nodo cruciale della vita che lo ha indirizzato verso quella condizione. Ieri ho fatto visita ad uno di loro. Il Natale degli ultimi.
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