C’è abolizione e abolizione

La mietitrebbia della demoagogia e del qualunquismo spesso macina a casaccio. Attraversa un territorio, magaranche da bonfinicare, ma la semplicità con cui lo spiana in molti casi porta a estirpare anche quello che, invece, potrebbe servire al terreno. Faccio l’esempio delle Province. Enti inutili, si dice, da abolire. Può darsi. Intanto, però, in tutta la “civile” Europa, esistono tre enti intermedi fra i cittadini e lo stato centrale: chiamateli comuni, province e regioni o chiamateli comunità, territori e quartieri. Per seconda cosa alcune delle deleghe (leggi: compiti) che hanno le province, come strade, edifici scolastici, cnetri per l’impiego. Cose da poco, insomma: chi li gestirà se dovessero essere abolite le province? Risposta facile: altri enti, magari neppure eletti “dal popolo”, quindi nominati dalla politica. Bella soluzione, da prospettare anche ai vari movimenti, indignati e dipietristi, paladini della “antipolitica”: abolisco un’ente politco (ma eletto) con tanti piccoli enti nominati dalla politica. Per terza cosa, quella su cui si fa più leva ed anche legata all’aspetto precedente: i costi. Avete idea di quanto guadagni un consigliere provinciale? Varia da territorio a territorio, ma si parla di singoli gettoni di presenza ai consigli. In media 50 euro lordi a seduta, ciòè 30 euro netti. Circa 10 euro all’ora, se contate che un consiglio provinciale difficilmente dura meno di tre ore (ma spesos molto di più). Vi pare paragonabile ai 25.000 euro mensili di un parlamentare? Dove sta lo spreco, dunque: in un consigliere provinciale che è a contatto con il territorio, tutti i giorni, che deve fare un altro lavoro (giustamente) e alternare ferie e permessi per partecipare ai lavori di commissione o di congilio.  O in un onorevole o senatore che vicino al proprio territorio, se ci sta, ci sta tre giorni a settimana (forse), che ha una serie infinita di privilegi, che non paga telefonino, autostrade, aereo?

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