Due treni in corsa

Due treni in corsa, l’uno contro l’altro, sulla stessa rotaia. Banca Mps e Fondazione Mps, in questo momento, mi appaiono così, in vista dell’assemblea del 27 dicembre. Cerco di sintetizzare, evitando di indossare i panni da “economista” che in molti, a casaccio, stanno indossando in questi giorni, elargendo “consigli” a Profumo o a Mansi, pur occupandosi di tutt’altro nella vita (alcuni non ho ancora capito di cosa, ma questa è un’altra storia). L’aumento di capitale s’ha da fare: su questo c’è unanimità, anche (incredibile) nel dibattito cittadino. Il problema sono i tempi. Da una parte (la banca) si dice che sia necessario entro le prime settimane del nuovo anno, perchè uno slittamento non avrebbe garanzie di copertura. Dall’altra (la Fondazione) si continua a dire che uno slittamento garantirebbe la sopravvivenza dell’ente e non influirebbe così tanto sull’aumento di capitale stesso (quindi sulla banca). Da una parte (la banca) si dice che senza aumento di capitale in quei tempi il rischio di nazionalizzazione del Monte sarebbe dietro l’angolo; il che comporterebbe l’entrata dello Stato nella banca e quindi la probabilissima scomparsa della Fondazione; inoltre, per legge, lo Stato dovrebbe poi uscirne entro cinque anni e, ad oggi, significherebbe smembrare il Monte. Dall’altra (la Fondazione)  si dice che questo rischio non sia dietro l’angolo, ma abbia tempi più lungo (un anno); in questo modo la Fondazione potrebbe diluirsi, cedendo alcune quote, sistemando i propri debiti e continuando a vivere. In tutti questo da più parti si è invocato l’intervento del governo (cioè dello Stato): pare che le diplomazie siano a lavoro, ma al momento la corsa dei due treni continua. Con il rischio, questo concreto, che uno scontro in assemblea produca solo morti. Perchè un contrasto fra banca e Fondazione rischia di creare solo macerie: si potrebbe, ma la mia è solo un’ipotesi estrema, arrivare al paradosso, ad esempio, di un “no” della Fondazione all’aumento di capitale, quindi ad una nazionalizzazione della banca e, quindi, ad una scomparsa della Fondazione. Et voilà.

Ps: Pare che il sottoscritto, per il guru dei blogger (anzi, direi, per il guru di tutti noi poveri mortali) stia diventando un’ossessione, visto che mi cita nuovamente. Io mi accontento della mia normalità e continuo a dire come la penso (se mi è possibile), cioè che l’ultimo libercolo sia, per l’appunto, un libercolo con poche “notizie”. Vedo altresì come si continui a dire cose non vere, peraltro tirando in ballo (ancora) persone che sputano sudore e sangue per portare a casa la misera pagnotta mensile, per la felicità dei commentatori anonimi. Di tutto questo, ce ne faremo una ragione, visto che noi, poveri mortali, viviamo solo di luce riflessa.

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2 risposte a Due treni in corsa

  1. Caro Alessandro, dici una cosa giusta ed una in palese contrasto con la precedente (giusta, lo ripeto) affermazione: “Cerco di sintetizzare, evitando di indossare i panni da “economista” che in molti, a casaccio, stanno indossando in questi giorni, elargendo “consigli” a Profumo o a Mansi, pur occupandosi di tutt’altro nella vita”

    Alla luce che in questa città sembrano essere veramente pochi a capirci di economia (io NON SONO tra questi), vorrei capire come può esserci sostanziale unanimità a proposito de “L’aumento di capitale s’ha da fare: su questo c’è unanimità, anche (incredibile) nel dibattito cittadino.”

    Sembra un po’ come quando ci sono i Mondiali di Calcio e tutti si improvvisano allenatori, dispensando consigli a vanvera senza grandi basi teoriche né pratiche.

    Personalmente, da cittadino che si occupa di informatica (scienza molto più esatta dell’economia, se vogliamo dirlo…) e con estrema umiltà, l’unica cosa di cui sono ormai sostanzialmente certo è che la Città di Siena ha perso un enorme patrimonio economico (e di conseguenza, tra poco, anche sociale) per l’incompetenza di alcuni personaggi che sono stati ritenuti, evidentemente a torto, “esperti economisti”.

    Quello che manca, di cui sembra veramente essere carente questa città, è l’umità: UMILTA’ di ammettere i propri errori (e mi riferisco ad una certa parte politica) e l’UMILTA’ di ammettere la propria ignoranza su certi argomenti.

    Iniziamo da qui. Da un sano mea culpa.

    • eliofanali ha detto:

      Caro Michele
      il mio riferimento era rivolto a coloro che non fanno questo tipo di ragionamento, che facciamo io e te, ma quelli che hanno la ricetta in mano e “consigliano” cosa fare all’uno o all’altro ente (soprattutto alla Fondazione, mi pare), non prendendo in considerazione le conseguenze. Facendo il giornalista (e non l’economista), provo a farmi delle domande, sulle conseguenze di una o l’altra decisione. Le guerre di barricata, in tutti i sensi, non servono. Sulla questione del passato, hai ragione: ci voleva piu’ umiltà. E’ però altrettanto vero che adesso il danno e’ fatto e l’aumento di capitale necessario per riparare a questo danno. Almeno questo la città, pare, lo abbia capito. Fare autocritica e’ importante, ma poi ci vogliono attivita’ pratiche per salvare capra e cavoli. Parafrasando Tremonti, il “mea culpa” serve, ma non ci si mangia.
      Saluti

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