Questione di equilibrio

Può ancora succedere di tutto. E, paradossalmente, è una buona notizia. La speranza è che sotto l’Albero si trovi la soluzione giusta fra Fondazione Monte dei Paschi e Banca Monte dei Paschi. Sarebbe un bel regalo per Siena. La situazione, almeno nelle dichiarazioni, continua a non sbloccarsi. “Aumento di capitale subito per non perdere la banca o per evitare la nazionalizzazione” da una parte (banca); “aumento di capitale dopo per salvare la Fondazione” dall’altra. La soluzione? C’è chi invoca l’intervento del Ministero del Tesoro, forse le diplomazie passeranno un Natale di lavoro. E’ bene gestire le cose con equilibrio ed è bene esprimere giudizi con equilibrio. Sbraitare senza idee (atteggiamento tipico di questi tempi) serve a poco, se non a provare a farsi ascoltare anche se poche sono le soluzioni che si propongono. L’ho detto e lo ribadisco. Dire pensiamo al presente non significa (lo ridico per l’ennesima volta, anche per i duri di comprendonio) scordarsi del passato e degli errori. Significa trovare una soluzione, senza tenere la testa troppo all’indietro, perchè si rischia di sbattere contro il muro invece di provare a scavalcarlo. Siamo tutti un po’ allenatori e siamo tutti un po’ economisti, ma basterebbe provare a farsi qualche domanda, in un senso o nell’altro: senza guerre di barricate per uno (Profumo) o per l’altra (Mansi), che in realtà possono nascondere interessi e interessucoli. Il tanto decantato “bene comune” (parole che sto cominciando ad odiare) dovrebbe partire da un presupposto: quello di salvare capra (Banca) e cavoli (Fondazione), ben diverso dal “volemmose bene” o dei “tarallucci e vino”. Dare battaglia non significa urlare e basta, significa proporre. Mi hanno serenamente stancato, infine, coloro che ritengono di avere la Vera Verità in mano, che si sperticano in giudizi (ma solo sul web, ovvio, e se capita anche anonimamente, perchè il confronto personale non sanno neppure cosa sia, rinchiusi forse nel loro mondo) sui senesi, sui giornalisti, sugli “omini degli orti”, che ritengono di sapere cosa facciamo, cosa abbiamo fatto, chi siamo e chi saremo, secondo un pensiero unico (il loro), per cui chi non dice quello che pensano loro è del sistema. Che si beano delle loro personalità quando, alla prova dei fatti, sono stati respinti dalla comunità. Io mi tengo la mia umile normalità, senza leccaculismi a nessuno, ma anche senza contrarismi a prescindere e senesità issate su bandiere che si poggiano sul niente. Oppure su mucchi di roba marrone e maleodorante, prodotta da loro stessi, ma pronta ad essere scagliata sugli altri.

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