E’ così difficile?

Prendo spunto dall’ultima pagina scritta dalla Robur Siena per quanto riguarda le questioni societarie. Una pagina che, al momento, mi limito a definire “caotica”; per definizioni ulteriori (e definitive) ci sarà tempo. Vorrei provare però a sciogliere un nodo, assieme ai miei cinque-sei lettori. La politica deve o non deve occuparsi dello sport cittadino? Perchè ne ho letto, come al solito, di cotte, di crude e anche di lesse nei miei (pochi) giorni da degente per l’influenza. Naturalmente con abbondanza di “webeti”, la nuova e illuminante definizione che Enrico Mentana ha fatto, anche se per questioni enormente più importanti, dei socialnauti un attimo appannati. La domanda è molto più complessa di quanto sembri a prima vista. Ho infatti l’impressione che qualsiasi cosa faccia la “politica” – e non ne faccio una questione di questa o di altra amministrazione o di questo o altro partito politico – sia visto come un errore. Se interviene è “occupazione indebita”. Se non interviene è “errore grossolano”. Sarebbe importante decidere e prendere una via: non dico sarebbe intelligenza (pretendo troppo); semplicemente, sarebbe coerenza. Possibilmente da mantenere. Nel tempo. Forse una prima distinzione fondamentale può essere fra amministrazione e politica, sebbene fra le due il confine non sia così distinto e distingubile, perchè la prima è “azione” della seconda. Diciamo però che quando una società sportiva, come quella in oggetto, viene definita (giustamente) come un bene della collettività, al di là della proprietà privata, visto che coinvolge alcune migliaia di cittadini (siano essi “tifosi” o “indotto”), mi pare sensato che la politica-amministrazione ne parli e ne tratti, almeno in certi momenti. Diverso è il discorso riferito ad una forza politica nel senso stretto del termine, anche se un partito politico, per sua definizione, si occupa della “cosa comune”. Altra fondamentale distinzione è il fine di tale occupazione: gestione del bene comune, per l’appunto, oppure consenso, voti o addirittura “panem et circenses”? Credo che il problema principale sia, in realtà, non così difficilmente risolvibile. E che il passato, a Siena, debba insegnare qualcosa: insegnare non significa tranciare di netto il buonsenso. La politica-amministrazione stia fuori dalla gestione diretta di una società sportiva, che ha i suoi tifosi, la sua proprietà, il suo corso sportivo ed economico-gestionale. La politica-amministrazione intervenga (o provi a farlo, perchè poi gli strumenti veri quali sono?) quando il “bene comune” (ahimè, quale definizione fu più abusata) corre un pericolo, di sopravvivenza, di vita, di continuità. E’ così difficile? Perchè, come scritto altre volte, ho l’impressione che si bussi al portone di Palazzo Pubblico ad ogni pie’ sospinto, salvo poi, come quando eravamo ragazzi, scappare di corsa per non farsi scovare da chi apre la finestra.

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