Ragionevoli dubbi

Credo che sia bello e importante avere dei dubbi. I dubbi aiutano a crescere, ad approfondire, a riflettere ed interrogarsi. Sulla vicenda del “mostro di Firenze” avevo alcune convinzioni, derivate dalle letture degli scritti di Michele Giuttari, commissario all’epoca del processo a Pietro Pacciani e ai “compagni di merende”. Ma derivate anche da alcuni approfondimenti che mi fanno dire tutt’ora come i “compagni” non siano del tutto estranei a quei delitti. Alcune testimonianze, alcune incongruenze (la morte di Pacciani non chiarita, i soldi a sua disposizione, il ruolo del fantomatico medico e di sua moglie, tanto per citarne alcuni) rimangono. La fotografia che emerge un po’ da tutte le parti è di una campagna toscana fra il torbido, la miseria culturale e, alcune volte, intellettiva, in cui comunque si è sguazzato. Che a farlo sia stato il celeberrimo “secondo livello” su cui avrebbe voluto indagare Giuttari, cioè sui “mandanti” degli omicidi, o meno, difficile sostenerlo, pur tenendo conto delle sentenze passate in giudicato e degli atti presenti. Tuttavia ho apprezzato in questi ultimi giorni il volume “Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio” di Cochi, Cappelletti e Bruno, edito da Enigma, che ripercorre i delitti con dovizia di particolari, derivati dai verbali delle forze dell’ordine. Ma, soprattutto, nella seconda parte, smonta alcuni punti cardine dell’inchiesta che ha portato alla individuazione dei “mostri”, di fatto interrogandosi sul principio giuridico del “ragionevole dubbio”; e propone alcune tematiche, viste che di “soluzioni” all’enigma è difficile ancora oggi parlare. Oltre a fare alcune ipotesi, come quella di un unico killer (40-45 anni, di cui ci sono anche un identikit e alcune testimonianze), tutto sommato plausibili, si propone anche di applicare le attuali e moderne tecniche di investigazione (ad esempio ricerca del dna) sui reperti ancora presenti in archivio, ad esempio sulla tenda dei francesi uccisi agli Scopeti. Sinceramente non credo che si arriverà mai ad una soluzione definitiva. Ma provare (e avere ragionevoli dubbi) non è peccato.

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