Alla mercè (e un ps)

Neanche il tempo di accennare all’iniziativa (questa) che già si è attivato un certo tipo di “dibattito” (si fa per dire) sui social. Nutro sempre profondo rispetto per le decisioni di una Contrada (che, lo ricordo, ha un Priore e un popolo). Prima di parlare di “mercificazione”, in ogni caso, andrei cauto. Prima cosa, come sottolinea “La Martinella” (leggi qui) di merce in giro, in tutti i sensi (e senesi..), ce n’è perfino troppa. Un esempio a caso? I fazzoletti: qualche anno fa si distinguevano bene quelli “della bancarella” e quelli dei contradaioli battezzati. Poi l’intervento (giusto nella filosofia) del Consorzio per la Tutela del Palio li ha di fatto “parificati”. Vogliamo parlare delle cover per gli smartphone, dei piatti, di tutta una serie di oggettistica, qualcuna di gusto più che dubbio? Oppure, volando più in alto, di tutti gli aspetti legati a cene e a manifestazioni? In generale sono per “governare” i processi di innovazione, prima di respingerli a pie’ pari, in una sorta di anacronistica (oltre che impossibile) autarchia. Perchè, nonostante tutto, Siena è comunque immersa in un contesto sociale; e, nonostante tutto e senza filosofeggiamenti nostalgici (del tipo “si lasciava la chiave nella porta”) ha saputo nel tempo adeguarsi (non mi venite a dire che il Palio di cento anni fa era meglio o peggio; era diverso, semplicemente). E per “governare” tali processi l’unico luogo “virtuale” è quello del dibattito culturale; l’unico luogo reale è lo spazio delle assemblee, dei locali delle Società. Ancora una volta, per questo tipo di discussioni, meno web e più Contrada.

Mi permetto di copiare e incollare il post di Facebook Michele Masotti, perchè lo slogan “Meno facebook, più Contrada”, per chi non lo avesse ancora capito, non vuol dire censurare un utile strumento di comunicazione, ma saperlo utilizzare consapevolmente.

“Infuria, e doverosa!, la polemica senese per uno dei tanti eventi contradaioli di dubbio gusto; e che intaccherebbe la sacralità del Palio, la continua perdita dei “nostri valori”, la mercificazione del rito e delle contrade. Verissimo, bel problema! Ora, però, le strade sono tre, a mio avviso.
– Negare il problema o dire cinicamente “il mondo va così, e prima era peggio” (un discreto approccio liberale).
– La visione del male “antropologico”, che vorrebbe i senesi di oggi indegni eredi di quelli di Provenzano (loro sì pieni di valori!). Dunque una risposta repressiva contro le “cattive abitudini” (un approccio identitario-conservatore)
– Un approccio infine critico-radicale (di infima minoranza) che prova a cercare piuttosto nel contesto sociale l’origine del problema. Ci provo? Vai!
Nella società dove tutto è merce, non per stregoneria ma perché ciò che la sostiene è lo sfruttamento (non con la frusta) della sua merce principe che porta profitto (la forza lavoro); nella società dove la ricerca appunto del massimo profitto da ogni magagna sociale è la priorità (non per cattiveria umana!), forse i “valori”, i riti, le tradizioni possono sfuggire a questo bisogno di codice a barre? Viene mercificato un figlio (non che nelle società pre-industriali gli si portasse rispetto, anzi!), pensiamo dunque che, se tutto si reifica, si possano impedire pacchetti per i turisti? (“Vieni! Una sola notte e vedrai i folkloristici contradaioli usciti dal medioevo!”) Si potrà forse impedire che il simbolo d’appartenenza diventi gadget se serve, che so, per vincere il Palio? O che la Titolare non sia Discoteca? O che si possa ridare “il Palio in mano alle contrade” (questa va per la maggiore) L’idea di poter mettere le braghe alla valorizzazione mi pare fallisca sempre (è la storia delle tragedie del ‘900). Con le chiacchiere moraliste e i piagnistei del “prima era meglio” non si va da nessuna parte. La “salvezza” de “l’umano” (e del senese, del contradaiolo) non si trova in fiammate etiche e repressioni. La prassi sociale odierna va difatti dove la porta il profitto, dalla Svezia al Bangladesh a Via dei Pispini, non il cuore o la chiarina.

Concludo, politcamente:
Lo “sfruttamento” delle menti e dei corpi (delle donne, degli uomini, degli operai, degli intellettuali, degli adulti, dei bambini, dei senesoni spaesati) in vista del profitto su tutto, va combattuto creando solidarietà fra i dominati, accrescendone forza politica e coscienza e rovesciando la prassi sociale in vista di altri rapporti sociali (vasto programma, nevvero? ma d’altronde è il mio): non certo facendo affidamento al buon cuore della classe dominante (in questo piccolo caso i priori, il sindaco il vescovo ecc, che tra l’altro sono impotenti quanto noi) o tirando in ballo una generica “civiltà” (di Montaperti?) che esiste solo nei buoni di spirito. Nel mentre ovviamente vanno combattute le battaglie immediate (se si aspetta “la rivoluzione” campa cavallo…), ben sapendo però che sono battaglie di retroguardia. E che alla lunga si cede”.

Ps: il blog in questi giorni latiterà un po’ a causa dei festeggiamenti vari. In Contrada, per l’appunto.

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