Su (alcune) fake news

Quello delle “fake news” è un argomento mai sopito e che, piano piano, sta emergendo in maniera prepotente. Normale: tutti i nodi, prima o poi, arrivano. Non è una questione legata alla censura: spesso ci si nasconde dietro il dito del (presunto) livello di democraticità “regalato” dalle nuove tecnologie. Poi, però, quando si approfondisce l’argomento, la fragilità di un ragionamento del genere viene a galla. Quale democrazia, infatti, può nascondere un’informazione che è legata (qualche volta anche commercialmente) alla quanità di contatti che riesce a generare? E che, come conseguenza, ha quasi la necessità di forzare, esaltare ed espasperare un evento, torcendolo e sacrificandone la verità sull’altare della “contattologia”? E un confine molto labile e che ultimamente è stato più volte superato, anche da media nazionali (Il Fatto e il Libero, per esempio). Tutto questo mina pesantemente la credibilità di stampa (a ttuto tondo) e giornalisti, ma allo stesso tempo può pradossalmente rilanciarne la figura professionale e l’autorevolezza. basterebbe, appunto avere la capacità di rilanciarla. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, anche a livello locale. Il mezzo è messaggio, come diceva McLuhan: “La loro (dei mezzi di comunciazione, ndr) stessa struttura produce infatti un’influenza sui destinatari del messaggio, che va al di là del contenuto specifico che veicolano”, quindi è possibile che i social per loro natura poco “propensi” all’approfondimento e immediati, influenzino in questo senso chi ne fa un uso spasmodico. Propendo però anche per l’utilizzo che se ne fa: il mezzo è messaggio, ma rimane uno strumento che deve essere utilizzato con consapevolezza. E quindi i presunti aspetti negativi (superficialità e immediatezza, in questo caso), possono diventare aspetti positivi. Basta, per l’appunto, saperli usare.

 

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