A Ranza, con i detenuti: un mondo di perché

Per il terzo anno consecutivo ho avuto il piacere di entrare nel carcere di massima sicurezza di Ranza, a San Gimignano. Non dico che sono abituato, perché non ci si abitua. E’ impossibile farlo. Impossibile fare l’abitudine a quelle mura, alte e lisce, increspate solo da qualche pezzetto di intonaco che cede all’acqua: barriere che, con il cielo plumbeo, appaiono anche più spoglie nella loro anzianità. Sono lì da anni, stanche eppure forti, appoggiate sul pendio della buca, dove sorge la casa dei detenuti. Separano un mondo da un altro. Perché là dentro è tutto un altro mondo. Con proprie regole, che noi, quelli del mondo “vero” (ma chi lo ha detto?), neanche immaginiamo. Dove il cellulare e internet non sono ammessi: troppo scontato dirlo. Perché non sono ammessi gli alcolici, per l’appunto anche per cucinare. Perché quando si apre una porta, quella dietro le spalle deve essere chiusa e allo spioncino deve esserci una guardia. Perché non si può girare una stanza senza essere seguiti dagli occhi della stessa. Perché, perché, perché: è un mondo fatto di domande, alcune volte di concessioni, spesso soltanto di regole. Chi è lì dentro, certo, c’è perché qualcosa ha combinato. Sebbene sarebbe interessante scoprire, anche in questo caso, il perché: non “semplicemente” cosa. I sorrisi dei detenuti cuochi e camerieri che servono il pranzo – l’evento al termine del corso di studi dell’istituto enogastronomico Ricasoli che li coinvolge – fanno intravedere come riuscire a stare un paio d’ore lontano da la loro cella di quattro metri per quattro metri sia quasi una ragione di vita, perfino una ragione da cullare per 365 giorni. Quelli che per noi passano con una lenta-veloce ruotine di emozioni, gioie e dolori, in un mondo quasi infinito e inesplorato. Per loro, invece, è quello fatto da quelle mura, stanche e forti, che racchiudono tanti perché.

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