Storie (inventate) estive: il licenziamento arriva su Whatsapp

Dal mare della Puglia, oggi vi racconto una storia. Una storia dei nostri tempi, frutto di fantasia, ma purtroppo applicabile alla realtà e, ahimé, credo a qualsiasi realtà lavorativa. 

Oggi, purtroppo, in certi ambienti il “licenziamento” corre su Whatsapp. L’ho messo fra virgolette, perché prima di essere licenziati, bisognerebbe essere assunti. Invece noi, titolari di ditte individuali, una volta si chiamavano liberi professionisti, insomma noi che apparteniamo alla schiera delle Partite Iva, un’assunzione neppure sappiamo cosa sia. Non conosciamo stipendio fisso tutti i 26 o 28 del mese, tredicesima e quattordicesima, ferie pagate e quando arriva qualche linea di febbre malediciamo il mondo, perché non possiamo telefonare a nessuno se non a noi stessi per dire che “stiamo a casa”. Quando ero più giovane, quando ero bambino, quelli con la partita Iva erano i privilegiati: complice, forse una tassazione più leggera (o forse controlli meno stringenti), mi figuravo manager in doppio petto con macchione e telefonino, barca a vela e ristoranti di lusso. Tutto scaricabile, tutto esentasse. Neppure loro avevano orari e si portavano dietro il lavoro, in macchina o in vacanza, ma i loro conti correnti erano a sei zeri. Oggi, non è più così. In Italia il popolo delle partite Iva è il più alto in Europa, più di cinque milioni. Cinque milioni. Mi sono fatto un’idea: lavoro, soprattutto per i giovani (o presunti tali) non c’è e nessuno dei governi (destra, sinistra, centro) è stato capace di crearlo, spingendo sugli acceleratori economici e, in cambio, costringendo le imprese a assumere. Non c’è o non si vuole che ci sia. Perché? Perché è più semplice avere a che fare con una P.I.: niente obblighi, niente contributi, quello che esce è quello che spendi, niente turni e orari di lavoro da concordare. Peraltro, sempre meno. Perché? Perché si crea un corto circuito: non c’è lavoro (o non si vuole che ci sia), chi non lo ha può solo pensare di aprire una Partita Iva, perché se capita qualcosa fra le mani è l’unico metodo riconosciuto e più o meno legittimo per farsi pagare, ma le P.I. aumentano considerevolmente e il mercato si ampli a dismisura, con la concorrenza che fa abbassare i prezzi. Conta la qualità, direte voi. Possibile. Auspicabile. Di solito il mercato esalta la qualità. Di solito. E’ sempre così? A volte si, spesso no. Si guarda molto spesso al prezzo, il lavoro, il più delle volte, come viene, viene.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho una piccola ditta individuale di idraulico. Ho una discreta esperienza, un discreto curriculum, a detta di tutti nella mia città, Carrara, sono apprezzato e stimato, ci sono tante persone che mi fermano per strada per fare due chiacchiere e per intrattenersi piacevolmente con me. Qualcuno ricorda anche qualche lavoro fatto in casa o per qualche suo parente. Con l’avanzare dell’età (sono sulla soglia dei 50 anni, ho un figlio e una moglie, pago un mutuo) sono anche riuscito faticosamente a trovare qualche escamotage alla mia condizione lavorativa precaria. Diciamo che grazie alla mia esperienza, sono stato capace di stringere qualche rapporto con le aziende del territorio. Diciamo pure continuativo. Diciamo, perché c’è un accordo verbale, niente di scritto: hanno bisogno di piccole manutenzioni, conoscono la mia puntualità e affidabilità e i miei costi non eccessivi. Perché scegliere tutte le volte un idraulico diverso? Giusto. Va molto bene a loro (per gli aspetti di cui sopra), tutto sommato va bene anche a me, perché ho una mezza sicurezza alla fine del mese: un paio di fatture sono garantite.

Questo in linea teorica. Perché poi arriva la pratica. Come alcuni giorni fa, quando una delle ditte, per fortuna una delle minori rispetto al mio fatturato (vi assicuro a livelli infimi), ha deciso che non aveva più bisogno di me. Nessun problema personale, nessun dilemma sulle manutenzioni effettuate, perfino nessun problema sui prezzi applicati. Semplicemente “tagli al budget”. Non so e forse neanche voglio sapere, sinceramente, come adesso farà l’azienda suddetta ad andare avanti nel “piano di rilancio”, non sono così presuntuoso da pensare che senza le mie manutenzioni non si possa andare avanti. Magari qualche dubbio può anche venire, ma non è questo il punto.

Il punto è che tale rottura è arrivata su Whatsapp. Avete letto bene: un messaggio. “Ciao, abbiamo deciso che con il mese di giugno si interrompe la nostra collaborazione. Tagli al budget. In futuro, vedremo”. E stop. Vi risparmio i miei tentativi di capire meglio la situazione, capire se per caso avessi sbagliato qualcosa nel lavoro e nei rapporti: tentativi tutti andati a buon fine, nel senso che nessuno, come detto, ha mai contestato niente. “Tagli al budget” è il refrain. Posso pure capire. Può capitare. E’ proprio necessario farlo su Whatsapp? Pare di sì. Non contano rapporti umani e altro, stabiliti nel tempo. Basta un messaggio a cancellare tutto.

Non so se questo sia il nuovo oblio del lavoro, non so se questo possa definirsi come la nuova schiavitù, non ho le competenze scolastiche per saperlo. So che basta un messaggino per far crollare un pezzo della casa pericolante che con fatica si è costruita nei mesi e negli anni. Domani è un altro giorno, si vedrà, si ripartirà, voglio pensare che il futuro sia migliore e forse lo sarà. Mi domando però se chi ha mandato quel messaggio stia pensando a tutto questo o abbia solo il pensiero rivolto al budget. E mi domando anche un’altra cosa. Quelli che mi circondano, della mia età o più giovani, pensano a tutto questo? Purtroppo può capitare a chiunque. In ogni momento. Pensateci quando ficcate un gomito in bocca a un collega o quando mi ostruite la strada con il vostro camioncino.

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