L’anno contradaiolo

Proprio ieri ne ragionavo, come fatto altre volte peraltro. L’ho scritto altre volte, l’ho detto anche pubblicamente in certi contesti: quando sento la parola “senesità” spesso rabbrividisco, perché secondo il sottoscritto è un’accezione che ormai ha assunto una connotazione più negativa che positiva. Un concetto legato a un passato descritto da chi non lo ha vissuto, reminiscenze costruite sulla base di non so cosa e che si accumulano nelle teste creando le più classiche delle leggende metropolitane, dalla “chiave nella toppa” a “s’era tutti amici”, per non scadere in frasi ancor più triviali e prive non solo di senso, ma di storicità che poi sarebbe la cosa più importante. Detto tutto questo, pochi giorni fa si è celebrata la chiusura dell’anno contradaiolo (e l’apertura del successivo): e come ogni anno, da questo umile blog, sono a rinverdire la necessità di una riflessione approfondita da parte del mondo contradaiolo. Su cosa? Scegliete voi, di argomenti ce ne sono a bizzeffe. Giustizia, cavalli, protocollo, nuovo regolamento, monture, società di Contrada: ma, più in generale, sul ruolo delle Contrade, su quello che è il “Palio lontano dal Palio”, di quel tempo lontano da quei quattro (o otto) giorni. Nell’assunzione di una responsabilità culturale, valoriale, perfino etica, dalla quale, questo si, siamo troppo lontani. Per responsabilità di tutti noi, a caccia di quella “senesità” di cui troppe volte sento sparlare.

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