L’Ordine e una barzelletta

All’inizio pensavo forse uno scherzo, invece pare sia vero (leggi qui). Massimo rispetto, ci mancherebbe, per i colleghi giornalisti che lavorano in una pubblica amministrazione. Come massimo rispetto per gli iscritti agli altri albi professionali, di cui, peraltro, penso di sapere poco o nulla. Di quello dei giornalisti, ahimè, invece so qualcosina. O, se preferite, abbastanza per poter scrivere alcune cose. Nessuno mette in dubbio che sia un’agevolazione e, in quanto tale, debba essere accolta, in linea generale, con favore. Mi domando, però, senza timore di essere timbrato come “populista” (de’ no’ altri, peraltro). Di tutte le problematiche che attraversa la professione in questo momento, questa sarebbe una priorità? Ed ancora, sempre con il massimo rispetto per i colleghi delle P.A., ma invece di avvalorare una battaglia del genere, i nostri rappresentanti nei consigli dell’Ordine, non potrebbero cominciare a pensare ai precari, disoccupati, titolari di Partite Iva che, sempre con il suddetto rispetto, non hanno malattie, ferie pagate, orari di lavoro certi, domeniche e festivi? Fra le due sottocategorie di giornalisti, quale si dovrebbe almeno tentare di aiutare? Quella che è “dipendente pubblico ed eserciti l’attività in regime di esclusiva” (evidente dunque che in quanto dipendente pubblico abbia tutti gli oneri, ma anche gli onori. O comunque aspetti della professione sconosciuti ai precari) o l’altra, la pletora di collaboratori esterni che rilasciano fattura? “Evidentemente – continua l’Ordine – il riferimento è anche ai giornalisti che prestano la loro attività professionale negli uffici stampa”. Ci mancherebbe altro, aggiungo. Benché, qui ammetto la mia ignoranza, non sappia cosa possa fare un giornalista in regime di esclusiva in un’amministrazione pubblica se non l’ufficio stampa o similari (già qui avrei qualcosa da ridire, ma probabilmente perché non conosco la situazione a fondo…). Il riferimento è a coloro che – magari dopo un bando pubblico o quant’altro – percepiscono un emolumento da una qualche amministrazione (nel novanta per cento dei casi si tratta di poche centinaia di euro nette)? Se sì, questi professionisti dovrebbero farsi pagare l’Ordine dalle P.A. di riferimento? Già questo mi pare complicato. Poi, leggendo la sentenza di riferimento, si evince come “Le spese di iscrizione all’Albo riguardano tutti coloro che da un lato “firmano”, quali professionisti abilitati, atti della pubblica amministrazione e dall’altro abbiano un vincolo che impedisca l’attività esterna a favore di terzi”. Vogliamo parlare di quel vincolo? Cioè un professionista che riceve qualche centinaio di euro al mese dovrebbe provare a farsi pagare l’iscrizione all’Albo, certificando che fa solo quello nella vita? E con cosa camperebbe, di grazia? Per chiarezza: la quota annuale costa 95 euro. Che per i precarissimi della professione (elenco di cui sopra) non sono pochi. Immagino per un dipendente pubblico, invece, siano determinanti. Pensare ad altro, no? Troppo complicato?

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