Hammamet

Tutti o quasi si sentono in diritto di esprimere (anche su questo) la propria opinione. Senza la pretesa di essere un critico cinematografico, non mi posso esimere. Hammamet. Lo aspettavo con ansia, per il misto di ricordi giovanili e la personale curiosità, quasi morbosa, per la regia di Gianni Amelio e questo tipo di pellicole. Una prima considerazione su tutte, credo poco contestabile. Piefrancesco Favino è un gigante. Per chi ha conosciuto, anche solo in televisione, Bettino Craxi, la sua interpretazione è magistrale: voce, gesti, mimica facciale, linguaggio del corpo. Sulla pellicola. Non vi aspettate di vedere la ricostruzione populista e popolana della Tangentopoli che fu. Non vi aspettate di vedere martirizzato Bettino Craxi. Aspettatevi un dramma umano e personale, perfino intimo, che però è strettamente collegato al politico, alle sue scelte, alle sue contraddizioni, alle sue verità e anche ai suoi errori. Nessuna riabilitazione, nessuna condanna a prescindere. Il film riesce a equilibrarsi, senza cadere nei populismi facebookkari di oggi, che siano pro o contro, ma andandoli a cercare, perfino stanandoli come il ruolo dell’Italietta del varietà nel finale. Non giudizio di merito, ma una fotografia: di quello che siamo, che siamo diventati. Tutti. Pendendo forse, quello sì, sull’uomo: condannato dai tribunali, preso come emblema e simbolo. Che vuol dire tutto e l’esatto contrario. Pure, insomma, un tuffo nel passato e una riflessione su di esso. Per chi, come me, ricorda anche con un pizzico di nostalgia quel periodo fatto di rabbia giovanile, di contestazione anche estrema che a ripensarci adesso fa quasi tenerezza, ma che era così pura, sincera e scevra di secondi fini, supportata da mere utopie e idee urlate e sbandierate quasi con arroganza di chi pensava di avere la verità, o meglio, la soluzione in mano e nella testa. E’ stato ripensare a quel periodo, in cui valeva il “tutto e subito”, in quella sfrontatezza da neppure maggiorenni che non ci faceva conoscere le mezze misure. In cui non c’era quasi spazio per la riflessione umana, si agiva d’istinto, certo seguendo alcune idee, i libri mangiati e digeriti, ma senza pensare troppo a chi ci stava di fronte. Bettino Craxi è morto da latitante (leggi qui). Questo dicono le carte. Bettino Craxi è morto come il simbolo della corruzione di un’intera classe politica, molta della quale si è poi riciclata a destra o a sinistra, peraltro. Una corruzione che passava sopra a tutti noi, a chi credeva nella politica o a chi la usava, salvo poi inorridire il giorno dopo e scendere in piazza a lanciare le monetine, da tipico italiano medio. Una classe che fra le mille contraddizioni, però, ha avuto anche il coraggio di dire che la politica, soprattutto a certi livelli, non si può improvvisare, che non è un lavoro per tutti, come non lo è fare il medico o l’avvocato. E che “la democrazia ha un costo”. Poi che questo non debba provenire da illeciti, è un’altra cosa: ma ci vuole anche la capacità di comprendere come sbolognare e archiviare tutto nel nome dell’antipolitica a prescindere, porta a un lento scivolamento in basso, nel quale siamo caduti oggi, in questa triste attualità. In confronto alla classe politica di adesso, tutta compresa, quella della Prima Repubblica sembra fatta da giganti. Detto da chi riempiva di frasi su tangentopoli il proprio diario delle superiori, in un misto di quella ribellione giovanile in cui ti districavi fra un pugno sinistro alzato o una mano destra tesa. Eravamo così ingenui e così belli. Ma c’eravamo.

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