Fra università e fattore C

Ho detto e scritto a più riprese che alcuni provvedimenti, in un periodo di grande e quasi totale incertezza, mi hanno lasciato diversi dubbi e tante perplessità. La politica ha abdicato alla scienza e ai cittadini, tanto per dirne una. Non solo: ci sono proprio alcuni aspetti che non mi convincono (la riapertura delle frontiere il 3 giugno), non perché anche il sottoscritto non voglia più che mai un ritorno alla normalità (o presunta tale), ma perché l’impressione è che si passi dalla chiusura totale a una quasi apertura altrettanto totale. Così, quasi in un tirare ai dadi.

Ho letto molti pareri, anche autorevolissimi, in cui si esorta a prendere spunto da questa emergenza, a trasformare la crisi in opportunità, a rivedere e correggere comportamenti errati, a sfruttare in maniera più intelligente le meraviglie della tecnologia. Sono certamente d’accordo. Pure in questi casi, però, c’è un limite: come al solito è quello del buonsenso. Faccio l’esempio delle Università. Leggo che la ministra Azzolina (traspare da qui, per esempio) abbia tutta l’intenzione di spingere per lezioni online e in streaming anche alla ripresa degli anni accademici a settembre. POche lezioni “in presenza”, molte da casa. Forse giustificando il tutto con la necessità di spingere sull’innovazione tecnologica, per certi versi approfittando di questa crisi. Tralascio gli aspetti della didattica con il contatto umano (che vale anche per le scuole). Il mio fortissimo dubbio è che, ancora una volta, si opti per la risposta più facile. Non si faccia, cioè un’adeguata programmazione sull’innovazione tecnologica (certo necessaria), ma si spinga il pulsante più semplice, come in un quiz a premi. Nascondendosi dietro al dito dell’emergenza sanitaria (che dito non è, ci mancherebbe). E’ stato così per due mesi di lockdown, adesso che si potrebbe perlomeno provare a programmare, si opta per l’ipotesi più semplice.

Tutto questo non pensando, come sempre, alle conseguenze. Avete la pur minima idea cosa significhi, infatti, pensare ad atenei “online” fino a gennaio? Non parlo solo per Siena, ma per tutte le città universitarie, che vivono anche grazie al mondo accademico. Niente affitti, ma non solo. Niente studenti, quindi niente indotto: locali, negozi, ristoranti, fotocopie, libri, palestre, divertimenti, supermercati, pizzerie, tabaccherie….metteteci un po’ tutto quello che volete. Migliaia di potenziali clienti che non verranno a Siena fino a gennaio. Come se non bastasse l’assenza dei turisti. Per questo spero che perlomeno si provi a trovare altre soluzioni. Se il virus le impedirà, ce ne faremo una ragione.

Del resto l’ulteriore mia impressione è che ci si stia affidando, semplicemente al “fattore c” (che sarebbe un modo inelegante per definire la fortuna). Si riapre (ed è uno bene farlo, sia chiaro), ma senza una programmazione precisa, senza un preciso orizzonte. Speriamo che non ripartano i contagi. Speriamo. Un colpo di culo, insomma, è quello in cui si spera.

Oggi Visioni della città con una delle tante azioni dei volontari della Misericordia (qui i link Fb e Youtube).

Personalmente è stato ed è un periodo molto duro, anche psicologicamente: senza troppe ispirazioni penso che il week end sarà di pausa e riposo.

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2 risposte a Fra università e fattore C

  1. Michele Pinassi ha detto:

    Bel pezzo, Alessandro.Hai però dimenticato, forse per motivi di spazio, di parlare che la didattica on-line richiede delle competenze e delle infrastrutture non sempre disponibili. Penso alle famiglie economicamente più deboli, senza accesso a Internet. E senza PC. O a quelle che, invece, vivono dove a malapena prende il cellulare: come faranno a seguire le lezioni, questi ragazzi? La Azzolina dimentica, colpevolmente, che in Italia il digital divide è una pesantissima eredità che ci portiamo dietro da decenni e che nessuno, per ora, è riuscito a risolvere.

    "Mi piace"

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